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Perle, monete e pecore

· Una rilettura delle parabole di Gesù ·

Anticipiamo stralci della relazione che Amy-Jill Levine pronuncerà giovedì 21 febbraio al Lay Centre di Roma, che ha come mission la formazione dei laici e la promozione del dialogo ecumenico e interreligioso. Il titolo della relazione è «Of Pearls and Prodigals: Hearing Jesus’ Parables as Jewish Stories» (“Di perle e prodighi; ascoltando le parabole di Gesù come storie ebraiche”); si parlerà dell’importanza del contesto culturale del popolo di Israele per capire meglio le parabole del Nazareno. «Come sono stati capiti questi racconti dai contemporanei di Gesù?» si chiede la relatrice. E «come può arrivare, questo messaggio originale, fino ai giorni nostri, e avere ancora significato per un ebreo, per un cristiano, per un uomo della strada del ventunesimo secolo?». Un tema più volte scandagliato da Amy-Jill Levine, che insegna Nuovo e Antico Testamento al Vanderbilt Divinity School and College of Arts and Science di Nashville, e definisce se stessa come «una femminista ebrea yankee che insegna in una scuola teologica predominantemente protestante al centro della Fascia Biblica americana». Tra le sue numerose pubblicazioni sulle origini cristiane e i rapporti tra ebrei e cristiani ricordiamo The Misunderstood Jew: The Church and the Scandal of the Jewish Jesus (Harper, SanFrancisco, 2006).

Domenico Fetti, «La moneta perduta» (1618-1622 circa, particolare)

Le parabole oggi sono spesso considerate semplici storie con messaggi semplici, come «sii gentile con gli altri e «Dio ti ama». I bambini possono capire le parabole, ma se, una volta diventati adulti, la nostra comprensione di quelle splendide storie rimarrà la stessa — se a sessant’anni sentiamo lo stesso messaggio di quando ne avevamo sei — non comprenderemo appieno il loro significato. Se ci fermeremo alle semplici lezioni, per quanto importanti siano, perderemo il genio dell’insegnamento di Gesù.

Gli ebrei del primo secolo, tra i quali Gesù e il popolo che ascoltava i suoi insegnamenti, sapevano che le parabole erano molto più che semplici storie per bambini. Le parabole erano concepite per sfidare, per provocare, per impegnare la mente e anche il cuore. Accusano e al tempo stesso intrattengono. Il problema è che noi non vogliamo essere accusati né sfidati. Perciò molto spesso opponiamo resistenza al messaggio delle parabole. In questo discorso c’impegneremo in un atto di immaginazione storica. Ci domanderemo: come potevano le persone che ascoltarono Gesù — quando raccontò quelle parabole per la prima volta — capirle? I nostri esempi saranno, prima la «perla di grande valore» (Matteo 13, 45-46) e poi le tre parabole in Luca 15: la pecora perduta, la dramma perduta e il figlio perduto (o prodigo). Iniziamo cercando di percepire lo spirito, addirittura l’assurdità, delle parabole. Per esempio Gesù insegna: “Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose” (Matteo 13, 45). Eppure Ben Sira ci dice che “è difficile che il commerciante sia esente da colpe” (Siracide 26, 29) e nel libro dell’Apocalisse sono i mercanti a piangere per la caduta di Babilonia (Apocalisse 18). Come può un mercante, vista la sua storia, essere associato al Regno dei Cieli? Chi siamo noi per valutare l’affermazione di Gesù secondo la quale il mercante “va e vende tutti i suoi averi” per comprare la perla. Lui vende tutto: il suo cavallo e il suo carro, i sui vestiti e la sua casa, la moglie e i figli… per comprare una perla! In Luca 15, Gesù racconta tre parabole: la prima su un proprietario di pecore (non un pastore) che perde una delle sue 100 pecore; la seconda su una donna che perde una delle sue 10 dramme; la terza infine su un “uomo che perde due figli”. (cfr. Luca 15, 11). L’evangelista Luca suggerisce che tutte e tre le parabole parlano del pentimento e del perdono. Ma la pecora e la dramma non si pentono e il proprietario delle pecore e la donna non perdonano i loro oggetti persi. Al contrario, l’uomo perde la pecora e la donna perde la moneta. Le parabole devono perciò avere un ulteriore significato. Quando giungiamo alla terza parabola, chi è il figlio perso? Tutte e due i figli sono persi? E se sono persi, il padre nella parabola ha qualche responsabilità? Riguardo al padre con due figli: chi conosce le Scritture di Israele (quelle che la Chiesa chiama l’Antico Testamento) conosce già la trama: Adamo aveva due figli, Caino e Abele; Abramo aveva due figli, Ismaele e Isacco; Isacco aveva due figli, Esaù e Giacobbe. E tutti sappiamo chi è il figlio prediletto. Ma Gesù sta raccontando una parabola, e le parabole sorprendono sempre. Dobbiamo guardare nuovamente a tutte e due i figli, quello prudente e quello prodigo, come pure al padre, che potrebbe non essere (solo) una metafora di Dio. Ci dovremmo anche interrogare sulla madre assente.

Questo discorso unisce la ricerca storica con il mio studio sulle parabole al Riverbend Maximum Security Institute, un carcere di Nashville, dove si trova il braccio della morte del Tennessee. Gesù raccontò parabole ai suoi compagni ebrei: recuperare quello scenario originale corregge le loro frequenti interpretazioni anti-ebraiche, fornisce una base per rapporti migliori tra ebrei e cristiani e offre una nuova visione dei rapporti sociali sia passati sia attuali.

di Amy-Jill Levine

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21 agosto 2019

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