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Periferie
in mezzo a noi

· Dopo il ritrovamento del corpicino senza vita di una neonata nelle acque del Tevere ·

In un torrido pomeriggio estivo, sabato 6 luglio, le cronache cittadine raccontano un fatto terribile: viene ritrovato un corpo senza vita di una neonata con ancora il cordone ombelicale attaccato; è rimasto impigliato nella vegetazione sulle sponde del Tevere, poco oltre il ponte di Mezzocammino, subito dopo l’anello d’asfalto del Grande raccordo anulare, alla periferia sud di Roma. Ad accorgersi del corpo due pescatori abituati a percorrere il fiume, che ne conoscono ogni anfratto, ogni segreto, e ne hanno viste tante; scorgono la bimba fra gli arbusti, chiamano aiuto, sono senza parole, quasi in lacrime, in tanti anni questo non era mai capitato; sul posto arrivano vigili del fuoco, polizia fluviale, la Scientifica, i sommozzatori. In un primo momento si pensa anche all’ipotesi di un omicidio-suicidio, un caso simile a quello di Giuseppina Orlando, la donna di 38 anni che si buttò nel Tevere da ponte Testaccio nel dicembre scorso, poco prima di Natale, portando con sé le due figlie gemelle di 4 mesi. I corpi delle bambine non sono mai stati ritrovati.

Nel caso della neonata di Mezzocammino, la Procura indaga per omicidio: si cerca la verità negli insediamenti abusivi nascosti lungo il fiume, si ipotizza il parto indesiderato di qualche prostituta forse costretta a disfarsi della bambina, si controllano le telecamere della zona. Le indagini faranno il loro corso, come si dice; è stato anche predisposto l’esame del Dna sulla piccola per trovare qualche riscontro che possa aiutare a chiarire i fatti e le responsabilità. La storia avrà forse un seguito giudiziario, o forse rimarrà uno dei tanti “misteri” irrisolti che costellano la vita della città.

L’apertura di un fascicolo da parte dell’autorità giudiziaria, le meticolose ricerche lungo il fiume, l’allargamento delle indagini a diverse ipotesi, sembrano restituire una sorta di razionalità apparente a un fatto che, al contrario, porta inevitabilmente sull’orlo dell’incomprensibile, di un male senza alcun senso e per questo ancora più angosciante. Ma è proprio in questa dimensione di solitudine e ferocia che succede l’indicibile, che l’orrore — evocato dalle agenzie di stampa — diventa normalità, in questa infinita periferia sud di Roma, tormentata dal sole di luglio, nello sfarinamento urbano, nelle baraccopoli, nelle case e nelle costruzioni abusive, lungo un fiume che continua la sua vita nella nostra dimenticanza. I luoghi non sono tutto, non risolvono e non giustificano, ma dicono molto delle società che li abitano.

Nel racconto dei pescatori e delle cronache dei mesi passati per restare solo ai tempi recenti, altri cadaveri sono stati raccolti dalle acque: corpi di sconosciuti, giovani e anziani, di donne, di suicidi, di persone rimaste vittime di qualche violenza, di qualche forma di oppressione. Il fiume che attraversa Roma, lontano dal centro storico, dai circoli sportivi del Flaminio, è diventato l’estremo testimone di vite spezzate, di confessioni estreme, di atti di criminalità e malavita senza scrupoli. È lo stesso Tevere lungo il quale pure — nel medesimo tempo — si snoda una vita spesso dimenticata, non rumorosa, con ritmi antichi: una parte della città invisibile dove si trovano a convivere pezzi del mondo di ieri e di marginalità post-moderna.

Al di là dei possibili sviluppi delle indagini, delle pur decisive verità giudiziarie, resta il segno lasciato da una storia in sé sconcertante: una neonata, una bimba venuta al mondo da poche ore, abbandonata nel fiume. La notizia è finita per un paio di giorni nelle cronache dei giornali italiani, trattata con cura bisogna dire, ma poi è inevitabilmente scomparsa. Difficile e ingiusto sarebbe chiedere al fragile universo dei media, già malconcio e arrancante per conto suo, di assurgere al ruolo di coscienza collettiva: è impossibile infatti dare seguito a tutti i fatti, a tutte le storie drammatiche e non che reclamano la nostra attenzione.

D’altro canto, compito dell’informazione è, allo stesso tempo e faticosamente, anche quello di illuminare, almeno ogni tanto, quegli angoli del mondo che hanno bisogno di luce, di essere visti, di entrare a pieno titolo nel discorso pubblico. Le periferie reali e quelle esistenziali indicate da Papa Francesco non si trovano infatti in un “altrove” astratto, sono invece esattamente in mezzo a noi, nelle nostre città, nelle loro estreme propaggini o nei pressi del loro cuore pulsante. Ritrovare il senso delle cose vuol dire dunque anche questo: soffermarsi su una vicenda oscura e drammatica come quella di una neonata trovata morta, dove oggettivamente si perde un po’ della nostra umanità, e non dimenticarla, non buttarsela alle spalle troppo rapidamente.

di Francesco Peloso

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14 ottobre 2019

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