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Periferie a cinque stelle

· Cosa porta i turisti a preferire la baraccopoli di Mumbai al Taj Mahal? ·

C’è una pratica nel settore del turismo che è andata diffondendosi negli ultimi anni. La chiamano “poorism” e si tratta di un, non troppo nuovo, modo di viaggiare.

Per quanti non si accontentano più della “solita vacanza” e muovono il loro interesse verso mete più esotiche, a fare la differenza non sono tanto i panorami, quanto le persone che li rendono vivi. La baraccopoli di Mumbai (resa celebre dal film The Millionaire), tanto per dirne una, è risultata dal noto sito di recensioni Tripadvisor la meta indiana preferita dai viaggiatori per il 2019. Perfino più del Taj Mahal, una delle meraviglie del mondo.

Dharavi slum, la baraccopoli di Mombai

Il tour nella Dharavi slum — così si chiama la baraccopoli — dura giusto qualche ora, il tempo di percepire «il senso affiatato della comunità» e «scoprire come vive la gente del posto». Recitano così i molti annunci dei tour organizzati che permettono ai visitatori di prendere parte a questa esperienza nei bassifondi di una delle metropoli più popolose al mondo, dove la tagliente disuguaglianza con il centro cosmopolita è visibile a colpo d’occhio.

Com’è possibile? Verrebbe subito da domandarsi. Quando queste bidonville sorgono intorno ai quartieri di casa propria farle sparire è la prima cosa che si desidera. Attraversarle per capire come vive la gente che le abita ed entrare in contatto con le loro culture sono azioni, si pensa, che spettano principalmente a organi sociali preposti o ad associazioni di volontariato. Poiché si sa, nell’immaginario comune non sono certo sempre occupate da operosi artigiani. Come ci hanno dimostrato le cronache recenti, i loro abitanti sembrano spesso non meritarsi un posto all’interno della comunità civile: che si tratti di un alloggio popolare o di un impiego.

Eppure i tour turistici che permettono di camminare negli stretti e putridi vicoli delle slum indiane o di quelle kenyote o che propongono una passeggiata nelle favelas di Rio de Janeiro richiamano sempre più visitatori i quali, stando alle recensioni scritte da loro a posteriori, ne rimangono affascinati e positivamente colpiti. Luoghi il cui accesso sarebbe solitamente negato ai non residenti diventano praticabili in tutta sicurezza grazie a guide locali che hanno trovato un modo per monetizzare il fascino del proibito.

Le vite di “noi occidentali” sono spesso incastrate dentro a una labirintica rete intessuta di ingorde carriere lavorative e di relazioni forgiate nel silenzio. Sentirsi partecipi di esistenze cui la nostra fortuna non è toccata e che ogni giorno sono costrette a lottare all’insegna di verità e motivazioni ben diverse dalle nostre, potrebbe dimostrarsi un buon antidoto per risvegliare il lato più vero dell’essere umani. E non è tanto il significato profondo della sopravvivenza la vera discriminante, quanto il fatto che quella loro quotidiana battaglia porti in sé qualcosa di normale, quasi genuino. Istanze di vita così radicalmente antitetiche da diventare, agli occhi di un sempre più strabordante Occidente, un’attrazione, una meta turistica, al pari di un monumento o di un museo.

Certo, Stendhal avrebbe ben poco da giustificare probabili svenimenti, qui dovuti, più che a una estasi artistica, a un ecosistema fatto di odori flautolenti, vicoli sovraffollati, fumi e polveri di ogni genere. E d’altro canto sarebbe difficile spiegare tale fascinazione motivandola al pari di un happening artistico di Allan Kaprow o come l’assistere a una creazione espressionista di Jackson Pollock. Per quanto pittoresche e performatrici, queste vite hanno ben poco a che fare con l’arte. Com’è quindi diventato possibile che, staccando un biglietto all’ingresso della Dharavi slum, questi tour della miseria abbiano trovato posto tra una visita ai monumenti storici e un safari nella giungla? Evidentemente qualcosa dobbiamo essercelo perso.

Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, probabilmente parlerebbe di mancanza di discernimento nel processo di umanizzazione. Partendo dall’antico motto «uomo, conosci te stesso», posto all’ingresso del tempio di Apollo a Delfi e dalla più evangelica esortazione «perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 54), Bianchi riflette sulla sempre più urgente necessità di tornare alle origini della formazione individuale. «Discernimento deriva dal latino discernere, composto di cernere (vedere chiaro, distinguere) preceduto da dis (tra): dunque, discernere significa “vedere chiaro tra”, osservare con molta attenzione, scegliere separando» spiega il monaco di Bose nel suo libro L’arte di scegliere. «Il discernimento è quel processo che ogni essere umano deve compiere nel duro mestiere di vivere, nelle diverse situazioni con cui si trova a confrontarsi, per fare una scelta, prendere una decisione, esprimere qui e ora un giudizio con consapevolezza».

Il teologo e artista Marko Ivan Rupnik parlerebbe dell’uomo moderno come di un essere che perdendo il proprio rapporto con Dio — e quindi con la sua vita spirituale, aspetto inscindibile della verità umana — ha perso l’insostituibilità del rapportarsi con gli altri. L’individualismo e la frammentazione sono perni attorno ai quali la società contemporanea ha costretto e illuso tutti i suoi elementi a gravitare. L’attenzione non è più sul cosa avverte o come sente il Tu o il Noi. Ma su cosa prova l’Io, spesso in termini di appagamento e utilitarismo.

Di nuovo, cosa rimarrebbe dell’immensa figura di Madre Teresa di Calcutta se avesse iniziato lei a organizzare dei veri e propri tour nei lebbrosari in cui faticosamente trascorreva giorno e notte? Evento che non si sarebbe di molto discostato dalle numerose istanze che centinaia di cittadini occidentali le rivolgevano. Ma a ogni persona, spesso benestante, che correva da lei chiedendo di poterla assistere nella cura dei poveri e dei malati era solita domandare, di rimando, come mai avessero percorso così tanti chilometri alla ricerca di indigenti e infermi.

«L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» recita il Salmo 48.

Prosperità che l’economista e professore Luigino Bruni ha ben inquadrato nel numero di giugno del mensile «Jesus» descrivendola come l’insieme dei «nostri talenti (il talento, ce lo dice la parabola, si riceve: non è nostro merito)» e dei cosiddetti «eventi provvidenziali» ovvero il paese in cui si nasce, il calore di una famiglia, la possibilità di studiare, gli incontri propizi che danno sapore alla vita. «Se cancelliamo questa natura più profonda e vera della ricchezza e la destinazione universale di tutti i beni, perdiamo anche i sentimenti di riconoscenza civile per le nostre ricchezze. E smettiamo di soffrire per le povertà che vediamo attorno a noi, quando pensiamo di aver sconfitto la povertà semplicemente perché non riusciamo più a vederla».

Parafrasando la celebre frase del poeta Orazio «Caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt» si potrebbe ben pensare che per i nati sotto il segno del più puro dei capitalismi, sarebbe impresa ardua pretendere di trasformare il proprio “animo” compiendo lo sforzo soltanto di “correre oltre il mare”.

Per quanto infatti sia difficile modificare la propria sensibilità riguardo a un tema o a ciò che una specifica situazione provoca in ciascuno, l’inversione di rotta è pur sempre possibile. Quanto visto con i propri occhi o avvertito con tutti e cinque i sensi durante un’esperienza diretta, che sia essa per vacanza o di volontariato o puramente casuale, potrebbe cambiare irreversibilmente la concezione di tale circostanza.

C’è una frase che viene spesso pronunciata ai viaggiatori che partono verso paesi più poveri o dove regnano le disuguaglianze: «In questa terra si piange due volte: quando si parte e quando si torna». Se per quanti entrano a contatto con la povertà estrema il distacco finale risulta persino più intenso dell’impatto iniziale, allora un significato più profondo rispetto alla mera “spunta” sul taccuino delle “cose da vedere entro” potrebbe essere trovato.

Significato che deve forse toccare la vera profondità della celebre frase de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry: «È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante». Il tempo. Quella cosa che nella nostra società, si dice, vale quanto il denaro. Ma cosa succederebbe se invece che continuare a spenderlo si iniziasse a donarlo?

di Elena Pelloni

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20 settembre 2019

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