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Perduti nell’abisso dell’ideologia

· Il dopo Sessantotto francese nel film «Après mai» ·

«Tra noi e l’inferno, o tra noi e il cielo, non c’è che la vita, che è la cosa più fragile del mondo». È il 1971. In una classe di liceo francese il professore di filosofia legge un testo di Blaise Pascal. Intanto, uno studente incide furiosamente sul banco il simbolo dell’anarchia. È la scena iniziale del film di Olivier Assayas Après Mai , presentato a Venezia l’estate scorsa e ora uscito nelle sale italiane con il titolo (inspiegabile) Qualcosa nell’aria , e in qualche modo ne riassume già esemplarmente le drammatiche antitesi. Alcuni critici hanno descritto l’opera del regista francese — già sceneggiatore e critico per i Cahiers du Cinéma — come una rievocazione nostalgica del post-Sessantotto francese. Altri come una semplice narrazione «privata» degli eventi dell’epoca, fuori da una cornice ideologica.

Entrambe le interpretazioni, a mio avviso, non mettono a fuoco l’autentica ispirazione dell’autore. Da un lato, infatti, la nostalgia per gli «anni formidabili» del movimentismo giovanile è l’ultima sensazione che viene in mente guardando il film, che dell’epoca dà invece una rappresentazione cupa e per nulla attraente. Dall’altro, l’ideologia con il significato delle vicende narrate c’entra, eccome: ma non certo come una chiave di lettura o di giustificazione del passato, bensì al contrario perché in quelle vicende essa svolge un ruolo del tutto negativo.

In realtà, ripercorrendo la sua giovinezza e quella di tanti suoi coetanei, Assayas costruisce un quadro molto più ambizioso: una meditazione dolente sul rapporto tra il destino individuale degli esseri umani e le feroci forze della storia, nella fattispecie gli estremi conati delle «religioni secolarizzate» totalitarie novecentesche.

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21 agosto 2018

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