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Tre verbi per predicare

· ​L’omelia in un appunto di Paolo VI ·

Jean Guitton, «Il discorso della montagna» (1970)

Scritto su un block notes del pontificato, conservato nell’archivio dell’Istituto Paolo VI di Brescia, senza datazione, ma attribuibile al 1969, il Papa verga poche note sul tema della predicazione. È interessante il suo metodo di lavoro. Prima di scrivere un testo in formis, Paolo VI soleva tracciare le linee di fondo dei suoi pensieri e dei suoi interventi: da queste linee essenziali poi il discorso fluiva nella sua inimitabile retorica. Una vera e propria “arte del dire”, appassionata e penetrante, come suadente e interiore era la sua voce, quasi proveniente da un altro mondo. 

Attorno a tre verbi: pregare, studiare, amare, il Pontefice con tutta naturalezza delinea la triade dell’homilein, cioè del colloquio tra Dio e l’uomo/comunità. È l’atto dell’annuncio della Parola che accade nel rito liturgico: la fede del predicatore (pregare), l’attenzione alla realtà intesa (studiare), la scelta dell’interlocutore ideale (amare). 

Prendo avvio dal secondo verbo (studiare) proposto da Paolo VI, per un semplice motivo: perché chiede di interrogarsi subito sul senso della predicazione nel contesto dell’azione liturgica. Paolo VI scrive: «Sapere bene ciò su cui si deve parlare; studiare la parola di Dio e la sua interpretazione teologica ortodossa; studiare le questioni umane alle quali la predicazione si rivolge; non deve essere empirica, approssimativa, impressionista e superficiale, anche se deve essere semplice e piana». Gli atteggiamenti che vengono suggeriti danno concretezza al verbo studiare: “sapere”, “studiare”, “comunicare”.

Si tratta di dire la Parola di Dio dentro i linguaggi umani, in modo che tali linguaggi aprano l’accesso alla “realtà” attestata dalla Parola. La predica è connessa naturalmente con la celebrazione, è parte dell’azione liturgica e condivide con la liturgia il carattere di atto. A differenza della catechesi e della didascalia che tende a istruire, l’omelia mira a suscitare l’atto della fede proprio nella celebrazione cultuale, come momento della liturgia della Parola. Lo studio, la preparazione e la comunicazione devono fin dall’inizio intendere tale “fine”: suscitare nel credente l’atto della fede. 

L’omelia mira dunque alla fede presente, all’azione liturgica, anche se il suo effetto perdurerà al di là dell’atto, così come ogni momento celebrativo ha un’efficacia in rapporto agli atteggiamenti abituali dell’esistenza cristiana. Ciò appartiene alla natura della fede cristiana: essa è atto e atteggiamento; ma la fede è originariamente actus e solo di conseguenza è habitus. Perciò si può definire la fede un atteggiamento, solo in quanto reso possibile dall’atto della fede.

di Franco Giulio Brambilla

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16 dicembre 2019

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