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Perché la via Alessandrina
non deve sparire

· I nuovi assetti urbanistici dei Fori imperiali ·

Due rettifili nella storia di Roma hanno portato nel Cinquecento il nome di via Alessandrina: uno era quello Vaticano voluto da Alessandro VI e realizzato per il Giubileo del 1500, ben studiato da Leonardo Benevolo (2004). Fu detto anche Borgo nuovo, demolito con la casa di Raffaello e tanti altri edifici tra il 1936 e il 1950 per l’apertura di via della Conciliazione. L’altro, studiato in particolare da Bruno Toscano (2007) è quello ai Fori, la cui demolizione è stata avviata in questi giorni senza una manifesta ragione (ne ha dato sinora notizia solo Vezio De Lucia nel disinteresse e nella distrazione generale).

Via Bonella e dell’arco dei Pantani ai primi del Novecento

Dopo le demolizioni dell’intero quartiere che aveva occupato l’area dei Fori imperiali, avviate nel 1929 secondo i progetti di Corrado Ricci a est della via Alessandrina ed estese tra il 1931 e il 1933 a tutti i restanti spazi, si giunse a una sistemazione con soluzioni provvisorie ma opportune, che servirono a sventare programmi di edificazione in parte già avviati e per fortuna subito sospesi. Il vuoto creato tra le rovine suscitava aspirazioni architettoniche: persino Le Corbusier si era proposto con il progetto di una costruzione tra la basilica di Massenzio e il Colosseo. È evidente che vi fosse fin da allora, tra chi aveva promosso e attuato il programma di abbattimento degli edifici e di sfondamento della Velia, la previsione di un graduale ampliamento degli scavi o almeno delle indagini archeologiche nei vasti spazi rimasti liberi a ridosso della nuova via dell’Impero e sistemati con aiuole. Vi sono molti indizi di questa previsione: evidentissimo è il muraglione di sostegno della via Alessandrina costruito dopo le demolizioni di Corrado Ricci e predisposto con una serie di arcate per non interrompere la continuità dell’area del Foro di Traiano da portare interamente alla luce con successivi scavi. Questi sono stati poi ripresi in anni recenti, e si sono anche riaperte le discussioni su cosa rimuovere e cosa mantenere dell’attuale assetto dell’area. Si rendono comunque necessarie nuove trasformazioni, e si procede con demolizioni anche laddove non ve n’è necessità e non vi è neppure ragionevole motivazione culturale per farlo.

Non si può dire che la strada della quale si è avviata la rimozione sia inutile: rispetto alle tante passerelle progettate con fantasia, questa che esiste già da cinque secoli rappresenta il punto privilegiato per una osservazione dall’alto dei Fori di Traiano, di Augusto e di Nerva; costituisce inoltre un buon collegamento tra largo Corrado Ricci e piazza Venezia. Né si può sostenere che la via Alessandrina debba formare necessariamente una separazione, anche visiva, tra i resti monumentali che si trovano ai suoi lati: basterebbe rimuovere il terrapieno e portare a termine il viadotto sulle arcate già in parte costruite durante le sistemazioni degli anni trenta.

Sorprende vedere come coloro che si oppongono alla rimozione della via dei Fori imperiali, che considerano un “segno della storia”, non usino lo stesso metro di giudizio per la via Alessandrina che di storia non ne ha certo di meno. Eppure è proprio la via dei Fori imperiali che veramente preclude la ricomposizione unitaria delle antiche piazze e il loro inserimento nel complesso monumentale del Foro romano e del Palatino.

Si è sostenuto che la via Alessandrina, privata dei palazzi che la fiancheggiavano, con le demolizioni di epoca fascista abbia perduto ogni suo carattere: è come se si dicesse che gran parte della via Appia potrebbe essere impunemente distrutta non correndo più tra la magnificenza degli edifici antichi una volta esistenti.

L’area dei Fori imperiali, nessuno lo ignora nel mondo, è uno straordinario palinsesto, e non potrà mai cessare di essere tale. È inutile immaginare di poter isolare una sola delle sue fasi: sotto il Foro di Cesare sono stati rinvenuti resti più antichi della fondazione di Roma; sopra i livelli imperiali scavi recenti hanno restituito strati databili tra il VI e il VII secolo dell’era cristiana e resti di edifici del IX e del X secolo nel Foro di Nerva. È naturale che la sistemazione monumentale richieda una scelta di elementi da conservare e da destinare, in una nuova composizione, alla rappresentazione delle fasi storiche che si sono succedute nella città. In questo caso, però, sembra proprio che vi sia stata la volontà di creare un fatto compiuto.

di Adriano La Regina

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