Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Perché il Nilo
sia fiume di pace

· Sulla gestione dell’acqua rapporti positivi fra Egitto ed Etiopia ·

Tra i non pochi irrisolti e persino aggravati problemi africani, ce n’è uno, quello sulla gestione delle acque del Nilo, una delle principali e più antiche dispute del continente, che invece da un anno a questa parte sta mostrando una possibilità di soluzione. Si tratta per ora di passi bilaterali tra due dei principali soggetti coinvolti, l’Egitto e l’Etiopia, ma prospettive positive possono aprirsi per tutte le popolazioni di uno dei maggiori bacini fluviali del mondo. La svolta c’è stata nel giugno del 2018, quando si incontrarono al Cairo il presidente egiziano Abdelfattah al-Sisi e il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali, per discutere della Grande diga del rinascimento etiope (Gerd), da tempo in costruzione in Etiopia vicino al lago Tana, la sorgente del Nilo Azzurro, a quindici chilometri dal confine sudanese. E già il mese prima Etiopia, Egitto e Sudan, accogliendo una vecchia proposta dell’Unione europea appoggiata anche dalle istituzioni internazionali, avevano concordato la formazione di un loro comitato scientifico trilaterale per calcolare e studiare l’impatto dell’opera sul Nilo e sull’ambiente regionale in generale.

Il progetto etiope della Gerd, finora completato per circa il 60 per cento, in passato ha provocato tensioni gravissime con Egitto e Sudan, principali fruitori delle acque del Nilo, in base ad accordi di epoca coloniale, tensioni che più volte sono arrivate a sfiorare la guerra.

La gestione delle acque del Nilo e del loro utilizzo sul piano giuridico internazionale è basata tuttora sull’accordo del 1929 tra Egitto e Gran Bretagna, all’epoca potenza coloniale in Sudan, rivisto trent’anni dopo quando il Sudan stesso diventò indipendente. Con tali accordi Egitto e Sudan si sono assicurati circa il 90 per cento dell’acqua del Nilo, per tre quarti il primo, a sostanziale discapito degli altri otto Paesi bagnati dal Nilo, compresa appunto l’Etiopia da cui proviene l’85 per cento delle acque, all’epoca non considerati nelle trattative e che proprio per questo non si sono mai sentiti vincolati da quegli accordi. Soprattutto, l’Egitto ha tra le sue prerogative il diritto di veto su eventuali grandi opere infrastrutturali che possano influire sul regime del grande fiume. E nel caso della Gerd, come detto, tutti i governi egiziani hanno sempre dichiarato di essere pronti a sostenere tale diritto con le armi.

Da un anno a questa parte, dopo il citato incontro del 2018, l’Egitto sembra aver aver adottato un atteggiamento più dialogante, concentrando il confronto non più sulla diga in sé, ma sulla sua velocità di riempimento, cioè sul flusso idrico che continuerà ad arrivare a valle.

La volontà di arrivare a un’intesa completa sembra tenere, né a incrinarla, come da alcuni ipotizzato, hanno finora contribuito i mutamenti di quest’anno del terzo principale Paese coinvolto, il Sudan, con la fine del pluridecennale potere dell’ex presidente Omar al-Bashir e l’insediamento di una giunta militare. Il Sudan, infatti, dopo essere stato da sempre alleato dell’Egitto sulla questione del Nilo, negli ultimi anni aveva invece più volte sostenuto l’Etiopia nei vari negoziati internazionali, anche con una serie di dichiarazioni di esplicito supporto alla realizzazione della diga.

Ciò detto, va comunque aggiunto che finora sempre di un confronto bilaterale si tratta, per quanto innovativo, mentre una sistemazione definitiva richiede comunque un allargamento del dialogo e del consenso, dato il numero di Paesi coinvolti, direttamente o indirettamente, nella gestione delle acque del Nilo, per non parlare degli interessi delle potenze non continentali che sulla costruzione della Gerd e delle infrastrutture ad esse collegate hanno investito.

A questo scopo potrebbe contribuire un rilancio della Nile Basin Initiative (Nbi), un forum multilaterale supportato dalla Banca Mondiale, creato nel 1999, al quale partecipano tutti i Paesi del bacino, (oltre ai tre citati, Burundi, Kenya, Rwanda, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Tanzania e Uganda). In questi vent’anni la Nbi è stata sempre paralizzata soprattutto dai contrasti sulle modalità di voto, così come si sono rivelati fallimentari gli altri tentativi di trovare una soluzione concertata alla disputa, dalle Helsinki Rules del 1996, al Cooperative Framework Agreement di Entebbe nel 2010, fino al Comitato Trilaterale del 2013. Ma il venir meno dell’asprezza dello scontro tra Egitto ed Etiopia potrebbe mutare sostanzialmente la situazione e consentire finalmente che sul Nilo navighi una stagione di pace per tutti.

di Pierluigi Natalia

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE