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Perché il cuore
continui a pulsare
nelle nostre mani

· Oltre quattrocento anni di misericordia ricevuta e donata ·

«A guarire i malati non bastano le medicine, occorre l’amore, cioè l’alta temperatura dell’anima. Febbre contro febbre, spirito contro carne. Questo ha fatto san Camillo». In queste parole di Giovanni Papini è riassunto il motivo per cui la Chiesa venera — facendone memoria il 14 luglio — il fondatore dei Ministri degli infermi come patrono celeste degli ammalati e di quanti con scienza e coscienza se ne prendono cura. La data rimanda al giorno in cui nel 1614 moriva a Roma, all’età di 64 anni. E la ricorrenza annuale invita tutta la famiglia carismatica camilliana alla gratitudine per la ricchezza di oltre quattrocento anni di ministero al servizio della Chiesa e di tutta l’umanità, ma la pone anche di fronte a una impegnativa responsabilità per il tempo presente, sospingendola a una più audace progettazione per il futuro.

Vetrata del santuario di San Camillo de Lellis a Bucchianico

Il santo di Bucchianico, sulla scia del samaritano, ha progressivamente imparato a collocare al centro dello sguardo e dell’azione la persona, accolta in prospettiva empatica e olistica: egli non rispondeva solo alla malattia, ma accoglieva ogni persona ferita dalla sofferenza nella sua più profonda e inalienabile dignità. Ha vissuto l’amore per gli ammalati, custoditi con sensibilità materna e femminile, con quella cura che univa l’etica con l’estetica: infatti spesso — raccontano i biografi — paragonava la loro cura a una sinfonia; il loro grido insistente e stridente ai suoi orecchi era una musica dall’armonia ineffabile; camminava solerte e delicato tra i letti dei degenti come con passo di danza; l’ospedale romano di Santo Spirito era da lui paragonato a un giardino di frutti e fiori odorosi. E in tal modo introduce nelle corsie dei nosocomi l’idea della bellezza, un fascio di luce, di colore, una nota di allegria e di profumo.

Camillo vive lo spirito del “fare bene il bene”, secondo verità, bontà e bellezza, idea questa che è stata riproposta da Papa Francesco: «La Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la verità, la bontà e la bellezza “in persona”». Annunciare la verità che è Gesù, la bontà che è il servizio della carità e la bellezza della vocazione cristiana che «deve diventare azione, così come l’unzione dell’olio santo deve raggiungere le “periferie”. L’olio prezioso che unge il capo di Aronne non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge “le periferie”. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli» (Udienza ai rappresentanti dei media, 16 marzo 2014).

Camillo ha scoperto la sua periferia esistenziale del cuore e delle relazioni, realizzando un’accoglienza incondizionata verso tutti quei poveri e miserabili che non rientravano nella logica elitaria del rinascimento e propone invece un grande “umanesimo plenario”. E in questa sua azione, realizza praticamente una nuova scuola di carità che oggi potremmo chiamare una nuova scuola di giustizia, dal momento che non è possibile scindere l’evangelizzazione dall’annuncio dell’anno di grazia del Signore. «Lo spirito mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (cfr. Is 61, 1-11; Lc 4, 18-19).

Da ferito, san Camillo intuì come le ferite umane hanno bisogno non solo di «cure» ma di «cura materna»; come l’uomo malato, addolorato, povero, ha bisogno di uomini e donne che si prendano in carico lui come persona, dunque che si donino a lui. E, se è vero che è proprio dei santi non solo intuire quanto risponde alle esigenze del proprio tempo, ma anche anticipare i tempi, è altrettanto vero che l’intuizione e il carisma di Camillo conservano un’attualità straordinaria, per rispondere a quella che possiamo considerare come «emergenza»: l’«emergenza antropologica», la domanda su cosa sia l’uomo. Tutte le nostre missioni falliscono se l’uomo perde la centralità!

Camillo si ispira d’istinto alla sapienza biblica, ricordandoci che l’unità di misura della dignità dell’uomo non è quella con cui si misurano le cose, o i risultati delle nostre azioni, quanto piuttosto è simile allo stile con cui il Creatore stesso contempla la sua creatura. Anche de Lellis — all’interno della cultura del suo tempo, per la quale il poveraccio senza prestigio e senza potere, e per di più malato o malandato, non trovava alcuna considerazione — scopre “questo uomo”, anzi ne va in cerca, perché costui è un uomo a pari dignità di ogni altro uomo. E dopo la conversione volle servire Dio proprio in “questo uomo” e dedicarsi a “tutto l’uomo” nella consapevolezza, anticipatrice della modernità (medicina olistica, diritti del malato etc), che l’uomo entra in ospedale con tutto se stesso: il povero porta i suoi quattro stracci ma anche il suo spirito libero e immortale.

L’ardore di Camillo di opere e carità è nato dalla scoperta della dignità dell’uomo, soprattutto dall’aver visto «nella persona stessa del malato..., pupilla e cuore di Dio..., il suo signore e padrone». E questi principi dettò alla società e alla cultura del tempo: non dal pulpito o da una cattedra universitaria, ma da quell’ospedale in cui era entrato anche lui come “incurabile”.

Per lui, la domanda sull’uomo è la domanda su Dio! In questo senso comprendiamo meglio il dettato della Costituzione dell’ordine camilliano: «Con la promozione della salute, con la cura della malattia e il lenimento del dolore, noi cooperiamo all’opera di Dio creatore, glorifichiamo Dio nel corpo umano ed esprimiamo la fede nella risurrezione» (n. 45). È una domanda che sgorga da ogni cuore umano, particolarmente dal cuore delle periferie esistenziali dove incontrare dei malati, degli abbandonati, dei rifiutati; in quelle periferie del mondo della salute caratterizzate dalla mancanza di accesso alle medicine e ai servizi sanitari di base; una domanda che coinvolge i diritti umani fondamentali e quindi interpella la dimensione profetica del nostro essere religiosi camilliani. È una domanda che esige l’evangelizzazione del dolore umano, di ogni sofferenza, alla quale siamo chiamati a rispondere.

Camillo all’uomo di un rinascimento elitario, che escludeva molti uomini dal progresso e dai benefici della cultura e della salute, offre la risposta della dignità, che combatte decisamente quella «cultura dello scarto» denunciata — ancora oggi — a chiare lettere da Papa Francesco. È la risposta della cura che non si arrende e non si arresta, ma che trova sempre modo di offrire sostegno e consolazione. È la risposta della prossimità, del servizio, che è sempre urgente perché, come ha scritto Benedetto XVI, «la carità sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta» (Deus caritas est, 28). Dal momento che «il programma del cristiano — il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è “un cuore che vede”» (Ivi, 31): questo programma diventa per tutti coloro che si ispirano al carisma camilliano una sfida per crescere e aiutare a crescere nella «formazione del cuore».

Questo intuì concretamente e profeticamente Camillo, passando al servizio dei malati. Ed è bello pensare come forse sia stato proprio quel “servizio”, a educarlo, maturarlo, prepararlo ad accogliere la conversione che il Signore, attraverso la sofferenza, ha fatto poi esplodere in lui, trasformandola in cammino di santità.

È la “conversione antropologica” che si rivolge all’uomo nella sua pienezza e che ci chiede di passare dalla “legge”

al “cuore”, dal “cuore” alle “mani”, dal “fare” al “donarsi”: un passaggio che porta a un autentico servizio, come servizio alla vita: «a tutta la vita e alla vita di tutti». Così, la conversione diventa rivoluzione interiore e, come per Camillo, può rivoluzionare profondamente il mondo, portando l’unica rivoluzione necessaria, che Gesù ha indicato e insegnato e per la quale occorre sempre più imparare a combattere: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente... Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39).

Di fronte al senso odierno della vita piuttosto banalizzato, si comprende la perenne attualità e il graffio profetico del messaggio di san Camillo: il vangelo vivo da comprendere, vivere e condividere nel servizio alla persona ammalata. Il tutto fatto con serenità, gioia, unità, senza paura, con quel candore e quella scaltrezza che sanno distinguere tra santità ingenua e santità profetica. È una chiamata a essere discepoli missionari nel mondo della salute, contribuendo ad accrescere la cultura dell’incontro in opposizione a quelle dell’indifferenza, dell’efficienza a tutti i costi e dello scarto, uscendo dall’egoismo e alimentando — come ricorda sant’Agostino — la santa inquietudine del cuore, della ricerca, dell’amore. È la rivoluzione dell’amore. Che san Camillo ci aiuti a vincerla, realizzandola!

di Gianfranco Lunardon
Consultore e segretario generale
dell’ordine dei Ministri degli infermi

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