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Perché David Cameron ha ragione

· Intervento del primate anglicano ·

Pubblichiamo stralci dell’intervento dell’arcivescovo di Canterbury, apparso nel sito dello stesso presule anglicano, in merito al discorso pronunciato in occasione della Pasqua dal primo ministro britannico David Cameron — che «L’Osservatore Romano» ha pubblicato integralmente nel numero del 19 aprile — e alle polemiche che ne sono seguite in Gran Bretagna.

I fatti spiacevoli proposti dalla storia sono tanti quanti quelli offerti dalla scienza. Nessuna delle due possono però essere ignorate se si vuole dire qualcosa di sensato. La settimana scorsa il primo ministro ha parlato in modo commovente nel “Church Times” della sua percezione di questo Paese come cristiano. Il suo commento seguiva quelli di ministri di gabinetto che affermavano cose simili, ed è stato completato martedì da quello molto misurato del procuratore generale Dominic Grieve, la cui fede cristiana è ben nota.

A giudicare dalle reazioni, si potrebbe pensare che queste persone abbiano suggerito allo stesso tempo un ritorno dell’Inquisizione, l’obbligo di andare in chiesa e balzelli universali. Oltre cinquanta tra i più noti atei hanno scritto al «Telegraph» per protestare.

È tutto alquanto sconcertante e allo stesso tempo piuttosto incoraggiante. La fede cristiana è molto più vulnerabile alla comoda indifferenza che all’odio e all’opposizione.

Tuttavia, il primo ministro e gli altri membri del Governo non hanno detto nulla di particolarmente controverso. È un fatto storico (forse sgradito ad alcuni, ma vero) che i nostri principali sistemi etici, il modo in cui facciamo leggi e giustizia, i valori della società, il modo in cui decidiamo ciò che è giusto, la tutela dei poveri e gran parte del modo in cui guardiamo alla società… sono tutti stati forgiati dal cristianesimo e si fondano su di esso. Aggiungiamoci l’istituzione di molti ospedali, il sistema di educazione per tutti, la presenza di cappellani nelle carceri, e si potrebbe andare avanti ancora a lungo. Poi ci sono la letteratura, l’arte visiva, la musica e la cultura, che hanno plasmato la nostra comprensione della bellezza e del valore sin dai tempi anglosassoni.

È chiaro che, secondo il significato generale dell’essere fondati sulla fede cristiana, questo è un Paese cristiano. Certamente non lo è in termini di frequentazione regolare della chiesa, sebbene, nel complesso, tra le diverse denominazioni sono vari milioni coloro che ogni settimana assistono alle funzioni. Anche altri, appartenenti a contesti diversi, hanno modellato in modo positivo la nostra comune eredità. Ma il linguaggio di ciò che siamo, di ciò per cui ci preoccupiamo e di come agiamo è radicato profondamente nel cristianesimo, e lo resterebbe per tanti anni anche se il numero di credenti scendesse fino a diventare invisibile (cosa che, secondo me, non accadrà). Gli atei che protestano sbagliano ad affermare che esprimere fiducia nell’identità cristiana del Paese alimenti l’alienazione e la divisione nella società. Di fatto, è significativo che i leader religiosi non cristiani — tra questi Anil Bhanot del Consiglio hindu del Regno Unito, Farooq Murad, del Consiglio musulmano della Gran Bretagna e Lord Indarjit Singh, della Rete delle organizzazioni sikh — si siano pronunciati a sostegno del signor Cameron. Il signor Murad ha affermato: «Nessuno può negare che la Gran Bretagna continui a essere largamente un Paese cristiano, con profondi legami storici e strutturali con la Chiesa costituita… Questo noi lo rispettiamo».

Quindi perché tutto questo trambusto? Come dico io, per tutti noi, nella Chiesa, di fede cristiana o di qualsiasi tradizione o credenza, la storia è una lettura scomoda. I fatti sono imbarazzanti per tutti, ma non serve a nulla far finta che non esistano. Il primo ministro su questo ha ragione.

Justin Welby

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20 maggio 2019

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