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Le ragioni
del volontariato

· ​Senza eroismi in aiuto delle popolazioni più povere ·

Il Terzo mondo fu uno dei miti della generazione nata negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Oggi, non esistendo più il Secondo mondo, cioè il blocco dei Paesi retti da regimi comunisti, quell’espressione è ormai priva di senso. Tuttavia rimane nell’immaginario e anche nel linguaggio di molti di noi — almeno dei più anziani — richiamando speranze, attese, illusioni, ideali. Il Terzo mondo erano i popoli che uscivano dal colonialismo, i nuovi stati che si affacciavano alla ribalta della storia reclamando spazio, autonomia, dignità. In Africa e in Asia, dove la carta geografica, nell’arco di un ventennio, fu rivoluzionata dalla decolonizzazione. Ma anche l’America Latina, che la propria indipendenza l’aveva raggiunta all’inizio dell’Ottocento, era largamente Terzo mondo. Perché quel concetto non era politico, era anche sociale, economico.

Il Terzo mondo era infatti quella parte del globo, territorialmente maggioritaria, che voleva emanciparsi dall’egemonia politica del Primo e del Secondo mondo, cioè dal blocco euroamericano e da quello sovietico, ma voleva anche uscire dalla morsa della povertà e del sottosviluppo, voleva crescere, industrializzarsi, creare infrastrutture, costruire un sistema produttivo e alimentare autosufficiente, voleva rompere le catene monopolistiche che imbrigliavano il mercato internazionale. Fu il primo segnale della globalizzazione. E infatti in quegli anni l’Onu — una realtà ben diversa dalla vecchia Società delle nazioni del periodo interbellico — che in pochi anni vide moltiplicarsi il numero degli Stati membri, con le numerose agenzie che le fecero da corollario (Unesco, Fao, Oms, Unicef), assunse un ruolo centrale. E divenne prioritario un concetto: quello di cooperazione. I governi del Primo mondo, cioè dei Paesi ricchi e sviluppati, dovevano cooperare con quelli del Terzo mondo, cioè dei Paesi nuovi, per aiutarli a svilupparsi in una visione solidaristica dei rapporti internazionali.
L’idea della cooperazione prese piede rapidamente e si allargò a quella che oggi chiamiamo società civile, diventando ben presto un concreto progetto di vita per molti giovani di allora. In Italia, ma non solo qui, le organizzazioni cattoliche furono massicciamente coinvolte in questa svolta. La Chiesa cattolica aveva chiuso nel 1965 il concilio Vaticano II. Per quattro anni era vissuta nel clima fervido di speranze di rinnovamento proposto da Giovanni XXIII. Vescovi di ogni parte del mondo erano confluiti a Roma, si erano confrontati, si erano conosciuti. Il Concilio aveva globalizzato la Chiesa, al cui vertice si affacciavano vescovi e, per la prima volta, cardinali di colore. E questi portavano la voce dei mondi nuovi, dei popoli emergenti, di giovani Chiese, come si diceva allora, destinate a rinnovare la millenaria struttura ecclesiastica. La costituzione conciliare Gaudium et spes è probabilmente il documento più significativo di questa stagione ricca di fervore e di speranza, ma anche — dobbiamo aggiungere con il senno di poi — di fragili illusioni.

di Gianpaolo Romanato

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20 marzo 2019

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