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​Perché?

· Sulla docufiction "Figli del destino" ·

Un atto di violenza, un abominio sono ancora più terribili se commessi ai danni di un bambino: l’antitesi tra bestialità e tenerezza, il contrasto tra ferocia e innocenza accresce l’atrocità del reato, la gravità del peccato. Quando Francesco Miccichè e Marco Spagnoli hanno pensato di realizzare la docufiction Figli del destino, hanno scelto di partire dall’essere indifesi di quattro ragazzini vitalissimi, perseguitati dalla follia umana per il solo fatto di essere ebrei. Dalle loro vicende, i registi si sono messi in moto per offrire un contributo (valido) al doveroso e perennemente indispensabile aggiornamento della memoria sulla Shoah e sulle leggi razziali in Italia. 

Quattro storie vere, quelle raccontate nel lavoro andato in onda il 23 gennaio su Rai Uno, alle 21.25. Quattro testimonianze di bambini sopravvissuti all’orrore — non senza ferite e successive cicatrici — che ormai anziani, oggi, diventano preziosi donatori di memoria con il racconto della loro sofferenza. Liliana Segre, Tullio Foà, Lia Levi e Guido Cava, si forgiano strumenti umani di vigilanza, perché rendere vivo ciò che gli uomini hanno fatto, possa tenerne lontani altri dal commetterlo di nuovo; perché faccia riflettere noi tutti su quanto il pericolo sia sempre lì in agguato, attuale.
Figli del destino è un ibrido armonico, un intreccio equilibrato tra finzione e documentario, con la voce narrante di Neri Marcorè a saldare le ricostruzioni in costume e la recitazione degli attori (tra cui Valentina Lodovini e Massimiliano Gallo) con i preziosi repertori di archivio e con il coro delle interviste, completando la testimonianza, rafforzandola, consentendo ai volti maturi dei protagonisti di tornare occhi tremanti e increduli di fanciulli a cui di colpo, da quel 5 settembre 1938 (quando Vittorio Emanuele III, a San Rossore, firmò il primo decreto delle leggi razziali), fu impedito di andare a scuola, di sentire la radio, di vivere una normale socialità e di sentirsi come gli altri. «Dedicato a tutti quei bambini a cui l’odio ha impedito di diventare adulti», si legge alla fine di Figli del destino, che racconta la barbarie dal loro punto di vista disarmato, che con semplicità inquadra la loro fragilità disumanamente violata, accendendo l’angoscia, la rabbia e lo smarrimento: emozioni fondamentali da versare nel ricordo, nella memoria di oggi e in quella di domani. «Perché? Perché? Perché?», si chiedeva già in quel 1938 Liliana Segre, che prima di quelle leggi ignobili — portatrici di concetti come separazione, esclusione e umiliazione — era «una ragazzina qualsiasi che non sapeva nemmeno di essere ebrea». Quei bimbi erano serenamente nel loro tempo, piccoli italiani; prima ancora tenere vite narrate bramose solo di studiare, di giocare o di cantare. La tempesta di male che le aggredì contagiò tanti altri uomini: alcuni impaurendoli, spegnendo la spinta verso la relazione e la solidarietà. Non tutti, visto che i protagonisti ricordano persone capaci di dare precedenza all’umanità piuttosto che al terrore o all’egoismo. Come il commissario di polizia che a Napoli aiutò Tullio Foà e sua madre a rendersi invisibili; come il preside coraggioso che aiutò il piccolo Tullio a studiare, o come le suore di un convento romano che tennero nascosta, sotto falsa identità, la giovane Lia Levi. Come l’uomo, infine, che nelle campagne intorno a Pisa antepose la propria vocazione di medico alla scelta di aderire al fascismo, salvando il piccolo Guido dalla polmonite, invece di denunciarlo. Non accadde per Liliana Segre, invece, e per suo padre Alberto che non incontrarono lungo la strada per la Svizzera — a piedi, tra le montagne — sguardi di bene o mani amorose, ma solo sciacalli e fucili contro. E se nella prima parte di Figli del destino c’è l’Italia delle leggi razziali (attraverso testimonianze tra nord e sud del paese, capaci di comunicare bene la ricaduta del vergognoso editto sul quotidiano di persone comuni) da un certo punto in poi è soprattutto il ricordo straziante di Liliana Segre a farsi cuore teso e vibrante del racconto, fino a condurci nell’orrore del campo di sterminio. Ogni sua parola è un macigno necessario per non dimenticare: la dolorosa limpidezza con cui ricostruisce la sua esperienza lascia un segno profondo.
Inizia dal carcere milanese di San Vittore, dove abbracciava suo padre dopo che la Gestapo lo aveva interrogato. Stremato, distrutto, lo viveva più «come un bambino da consolare» che come un genitore. «Ero sua mamma, sua sorella». Poi il viaggio in treno e l’arrivo ad Auschwitz, dove le persone diventavano «pezzi» e lei non venne uccisa solo perché dimostrava più anni dei 13 che aveva. Racconta tanta crudeltà, Liliana Segre, con una sobrietà carica di tensione e con ancora dentro, senza risposta, la stessa domanda: «Perché?». Nell’ultimo campo in cui fu prigioniera, quando il comandante in fuga lasciò cadere la pistola, per un attimo ebbe la tentazione di vendicarsi e scaricare addosso al suo aguzzino l’odio accumulato. «Fu un attimo. Poi capii di non essere come il mio assassino: avevo scelto la vita e non potevo toglierla a nessuno. Da quel momento sono stata quella donna libera e di pace che sono anche adesso».

di Edoardo Zaccagnini

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18 agosto 2019

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