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Per una cultura della misericordia nella Chiesa

Il libro del cardinale presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, al quale ha fatto riferimento Papa Francesco durante l’Angelus, è Misericordia. Concetto fondamentale del vangelo - Chiave della vita cristiana (Brescia, Editrice Queriniana, pagine 336, euro 26). Pubblichiamo di seguito stralci del capitolo 7, intitolato La chiesa sotto il metro della misericordia.

Il comandamento della misericordia non vale solo per il singolo cristiano, ma vale anche per la chiesa nel suo complesso. Come per il singolo cristiano, così anche per la chiesa il comandamento della misericordia è fondato nell’essere della chiesa come corpo di Cristo. La chiesa non è perciò una specie di agenzia sociale e caritativa; è, nella sua qualità di corpo di Cristo, sacramento della permanente presenza efficace di Cristo nel mondo, ed è, come tale, sacramento della misericordia. Essa lo è come il Christus totus , come il Cristo capo e membra. Perciò nei suoi membri e nelle persone bisognose di aiuto la chiesa incontra lo stesso Cristo. La chiesa deve rendere presente nella storia e nella vita del singolo cristiano il vangelo della misericordia, che Gesù Cristo personalmente è, mediante la parola, il sacramento e mediante tutta la propria vita. Ma anch’essa è oggetto della misericordia di Dio. La chiesa è, come corpo di Cristo, salvata da Gesù Cristo, però racchiude nel suo seno anche peccatori e deve perciò essere continuamente purificata per essere pura e santa.

La critica peggiore che si può muovere alla  chiesa, e che spesso le viene anche giustamente mossa, è che non fa lei stessa quel che predica agli altri, anzi che è sperimentata da molte persone come una chiesa priva di misericordia e rigida.

Possiamo predicare in modo credibile questo messaggio del Dio della misericordia solo se anche il nostro modo di parlare è caratterizzato dalla misericordia. Dobbiamo discutere con gli avversari del vangelo, numerosi oggi come in passato, con fermezza per quanto riguarda la sostanza, ma non in termini polemici e aggressivi, e non dobbiamo ricambiare male con male.

Ovviamente non basta che la chiesa parli di misericordia, bisogna fare la verità (Gv 3, 21). Soprattutto oggi che la chiesa è giudicata più in base alle sue azioni che alle sue parole. Il suo messaggio deve perciò fare sentire i suoi effetti sulla prassi concreta e promuovere una cultura della misericordia in tutta la sua vita.

A motivo della mutata e mutevole situazione sociale oggi si pongono nuovi problemi e nuove sfide sociali. In questo contesto richiamiamo l’attenzione solo su un problema: il pericolo dell’imborghesimento della chiesa nel benestante mondo occidentale. In molte comunità si è formato un ambiente, in cui persone che non adottano uno stile di vita più o meno borghese, persone che sono finite sotto le ruote e negli ingranaggi della vita, trovano posto solo a fatica. Questa è una situazione che solo difficilmente si concilia con la prassi di Gesù. Durante la sua vita terrena nulla diede infatti tanto scandalo come il suo interessamento per i peccatori.

La critica più grave che possa essere mossa alla chiesa è perciò che alle sue parole spesso seguono o sembrano seguire solo poche azioni, che essa parla della misericordia di Dio, ma che molte persone la percepiscono come rigorosa, dura e spietata. Tali accuse risuonano, tra l’altro, quando si parla del modo in cui essa si comporta con persone che nella loro vita hanno commesso dei gravi errori o che sono fallite, con i divorziati che si sono risposati civilmente, con coloro che (secondo il diritto civile) sono usciti dal suo seno spesso solo perché non volevano o non potevano pagare la tassa per il culto, quando ella critica o addirittura respinge persone che non si comportano in modo conforme all’ordinamento ecclesiale o che comunque non rispettano il sistema delle sue regole.

Se la chiesa non vuole solo predicare, ma anche vivere il messaggio gesuano del Padre perdonante e il suo modo di comportarsi con esistenze marginali di quel tempo, allora non deve creare uno steccato attorno a coloro che, allora come oggi, non passano per persone pie. Essa deve, senza per questo denunciare in blocco ricchi e benestanti, avere un cuore per la gente che conta poco, per i poveri, i malati, i disabili, i senza tetto, gli immigrati, gli emarginati, i discriminati, per i senza fissa dimora e anche per gli alcolizzati, i drogati, i malati di aids, i carcerati e le prostitute, che spesso, data la loro grande miseria, non vedono altra via che non sia quella di vendere il loro corpo e di dover non di rado subire per questo pesanti umiliazioni. Ovviamente la chiesa non può mai giustificare il peccato, però deve occuparsi con misericordia dei peccatori. Alla sequela di Gesù non deve mai essere percepita soprattutto come la chiesa dei ricchi, della classe dominante e delle persone socialmente rispettabili. Per essa vale l’opzione preferenziale, non esclusiva, in favore dei poveri nel senso più largo del termine.

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15 settembre 2019

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