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Per un clero
non clericale

Sono impegnative le parole che il Papa ha pronunciato a Bozzolo e a Barbiana durante la visita breve e carica di significato in questi due luoghi per onorare la memoria di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani. Figure diversissime e che pure si sono incrociate, lasciando una traccia che Francesco ha definito «luminosa, per quanto scomoda». Due preti di cui Bergoglio ha detto che «seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni». Con il riconoscimento solenne, alla fine del rapidissimo itinerario, di «un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa».

Parlando di don Mazzolari e di don Milani il Pontefice non ha rievocato le loro vicende, ma ha voluto piuttosto trarne una meditazione, rivolta innanzi tutto ai preti e ai cattolici d’Italia. Le due figure di sacerdoti, importanti e complesse, sono state infatti molto studiate e Francesco ha chiesto oggi di tornare a considerarle, anche attraverso amarezze che non si devono dimenticare, perché «non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco» ha detto a Barbiana.

Appena arrivato a Bozzolo il Papa ha parlato dei parroci, definendoli «la forza della Chiesa in Italia», additando un loro magistero e individuandone l’origine: «Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato». Non a caso subito dopo ha accennato alla figura di un «grande vescovo, Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti», mentre a Barbiana ha descritto con tratti essenziali il «cattolicesimo fiorentino, così vivo attorno alla metà del secolo scorso» e ricordato don Raffaele Bensi ed Elia Dalla Costa.

In questo modo Francesco ha invitato sacerdoti e laici a meditare sulle radici, su un «clero non clericale» che ha riconosciuto e onorato in queste due figure esemplari. Un clero che ha sempre cercato di «amare il proprio tempo», senza sterili e con ogni probabilità infondate nostalgie: «Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata». Cercando soprattutto i «lontani» e i poveri, a cui don Milani ha voluto ridare la parola, con l’esempio e attraverso un’educazione esigente.

Dalle brevi ore della visita del Papa viene dunque un’indicazione semplice e radicale che deve ispirare la missione dei cristiani: «amare il proprio tempo» e «cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio» ha detto sintetizzando la «profezia» di don Mazzolari. Con una particolare attenzione ai giovani e ai poveri, secondo l’insegnamento di don Milani, che volle «ridare ai poveri la parola». Come si deve fare anche oggi, quando «solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso» ha detto Bergoglio. Che a Barbiana ha lasciato la consegna, certo non solo ai preti, di ricercare Dio e di voler bene alla Chiesa, magari nelle tensioni, ma senza fratture né abbandoni.

g.m.v.

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20 ottobre 2019

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