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«Per tutto il mio pianto ridammi una stilla di Te»

· Un secolo fa, il 13 febbraio 1912, nasceva la poetessa milanese Antonia Pozzi ·

La sera prima aveva lasciato in anticipo la scuola, ove insegnava. Dopo un vano passaggio all’ospedale, il 3 dicembre 1938, in una fredda sera invernale, nella sua casa di via Mascheroni a Milano, si spegneva, travolta dai barbiturici e da una broncopolmonite, Antonia Pozzi.

Era nata 26 anni prima, il 13 febbraio 1912, da un importante avvocato internazionalista e da una madre aristocratica discendente da Tommaso Grossi. La sua eredità poetica era rimasta inedita: i genitori un anno dopo la sua morte avevano deciso di pubblicare una selezione di 91 poesie sotto il titolo semplice Parole , in un’edizione privata. Sarà solo nel 1945 che di quei versi rimarrà affascinato Eugenio Montale che ne patrocinerà, così, l’ingresso nella collana mondadoriana dello «Specchio». Mi allineo anch’io, ultimo nella lista, accanto a molti lettori, come Eugenio Borgna, Fulvio Papi, Goffredo Fofi e Roberta De Monticelli, o a figure del passato recente che con lei interloquirono come il filosofo dell’arte Dino Formaggio, nel dichiarare il fascino profondo che quei versi hanno esercitato su di me.

E lo faccio non in sede critica, ma solo spirituale, come è naturale che sia. Quasi in pellegrinaggio su invito del sindaco di un piccolo centro della Valsassina, salirò ad aprile a Pasturo, ove Antonia visse i momenti più luminosi della sua breve esistenza, approfittando di una celebrazione a Lecco per il ventennale della morte di padre David Maria Turoldo. Era stato lui, infatti, ad aprirmi per la prima volta l’orizzonte umano e poetico di questa donna che, istintivamente (e non criticamente), avevo appaiato a un’altra poetessa straordinaria e tragica nella vita e nella morte, Marina Cvetaeva.

A custodire i cimeli, i manoscritti, la stessa casa estiva dei Pozzi è ora una suora, Onorina Dino, che sulla poetessa si è laureata e che è ora la sua maggiore interprete. È a lei che dobbiamo un’esemplare raccolta di poesie e scritti vari di Antonia, accompagnata da una serie di approfondimenti critici e da un film girato da Marina Spada nel 2009 (Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicata e altri scritti , a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Roma, Luca Sassella, 2010, pagine 650 + dvd, euro 20).

Questa è, dunque, una testimonianza che si muove senza canoni rigorosi, ma solo inseguendo l’eco delle parole di quella ragazza così geniale e fragile che ora riposa nel semplice cimitero di Pasturo, là ove un anno prima della morte lei stessa aveva individuato lo spazio per la sua tomba-grembo: «Sono rimasta molto tempo con la testa appoggiata alle sbarre del cancello del cimitero. Ho visto un pezzo di prato libero che mi piace (...). Pensare d’esser sepolta qui non è nemmeno morire: è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne». Aveva, infatti, scritto: «Anima, sii come la montagna / che quando i tocchi delle campane affiorano / come bianche ninfee di suono, / lei sola, in alto, si tende / ad un muto colloquio col sole».

Il colloquio di Antonia Pozzi col mistero, col divino, fioriva soltanto dopo una tormentata ascensione lungo sentieri tortuosi, un’ascesa simile a un pellegrinaggio stremante quando il viandante, solo allungando la mano, riesce a toccare quella soglia suprema, rimanendo, però, crocifisso sotto il manto del cielo stellato. «Poi che anch’io sono caduta, Signore, / dinanzi a una soglia — / come il pellegrino / che ha finito il suo pane, la sua acqua, i suoi sandali / e gli occhi gli si oscurano / e il respiro gli strugge / l’estrema vita / e la strada lo vuole / lì disteso / lì morto / prima che abbia toccato la pietra del Sepolcro — / poi che anch’io sono caduta Signore, / e sto qui infitta / sulla mia strada / come sulla croce, / oh, concedimi Tu / questa sera / dal fondo della Tua / immensità notturna — / come al cadavere del pellegrino — / la pietà delle stelle».

Totalmente svuotata, prosciugata, ridotta a essere “una caverna vuota” e oscura, Antonia implorava a Dio “una stilla” della rugiada fecondatrice capace di far risorgere le Ombre, cantata dal profeta Isaia (26,19): «Signore, tu lo senti / ch’io non ho voce più / per ridire il tuo canto segreto. / Signore, tu lo vedi / ch’io non ho occhi più / per i tuoi cieli, per le tue nuvole consolatrici. / Signore, per tutto il mio pianto / ridammi una stilla di Te / ch’io riviva. / Perché Tu sai, Signore, / che un tempo lontano / anch’io tenni nel cuore / tutto un lago, un gran lago, / specchio di Te. / Ma tutta l’acqua mi fu bevuta, o Dio, / ed ora dentro il cuore / ho una caverna vuota / cieca di te. / Signore, per tutto il mio pianto / ridammi una stilla di Te, /ch’io riviva». È frequente questa confessione di vuoto: «Io non devo scordare / che il cielo / fu in me», ripete in un’altra sua poesia.

E lei lo confessa sempre con quel pudore che intride tutti i suoi versi, inclini a scegliere tra due parole la moindre , la più esile, per usare un’espressione di Paul Valéry. Spesso citati sono quei versi della poetessa che alla lode di un amico per le sue parole poetiche reagisce così: «Tremo / come una mamma piccola giovane / che perfino arrossisce / se un passante le dice / che il suo bambino è bello». È così che il suo sguardo, più che a una gloriosa pala d’altare, si rivolge all’immagine di Maria rimasta intatta nell’abside della cattedrale, dopo il terribile terremoto di Messina del 1908, volto di pietà sopra il lamento dei feriti, il mugghiare del maremoto, il sudario delle rovine e il pianto delle madri: «Sola / nella notte di rovine e di spavento / restavi tu, / Maria — / incolume nell’abside / della tua cattedrale — / curva sul crollo orrendo / con il figlio ravvolto / nel tuo manto celeste — / Sopra il lamento dei non uccisi — / sopra il fumo e la polvere / delle case degli uomini distrutte — / sopra il muglio del mare...».

Maria, però, in quella poesia sogna di essere la Vergine dell’icona veneziana di Torcello, immersa nella pace, proprio come Antonia che sognava una stretta dolce e tenera: «Dopo il bacio — dall’ombra degli olmi / sulla strada uscivamo per ritornare: / sorridevamo al domani / come bimbi tranquilli. / Le nostre mani / congiunte / componevano una tenace conchiglia / che custodiva / la pace». È quell’affetto che sprizza dall’epistolario con Dino Formaggio (Antonia Pozzi, Soltanto in sogno. Lettere e fotografie per Dino Formaggio , a cura di Giuseppe Sandrini, Verona, Alba Pratalia, 2011, pagine 125, euro 15) o con l’amico delle montagne Tullio Gaudenz (Tullio Gaudenz, Epistolario [1933-1938] , Milano, Viennepierre, 2008).

Ma alla fine domineranno la solitudine, lo scoramento e l’approdo al suicidio e a quel funerale liberatore e luminoso che Antonia aveva già descritto in una sorta di profetica preveggenza nella poesia del 1934 intitolata appunto Funerale senza tristezza : «Questo non è esser morti, / questo è tornare al paese, alla culla: / chiaro è il giorno / come il sorriso di una madre / che aspettava... / Questo vanire / delle terrene cose / — dolce — / questo tornare degli umani, / per aerei ponti / di cielo, / per candide creste di monti / sognati, / all’altra riva, ai prati, / del sole».

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