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Per rilanciare l’economia mettiamo al centro la persona umana

· Il cammino dell’Europa non può prescindere da una dimensione etica della politica ·

Sabato 21 aprile a Catanzaro il cardinale segretario di Stato, in visita alla comunità diocesana, ha ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza dall’università Magna Grecia. Pubblichiamo stralci della lectio magistralis, inserita nel convegno promosso dall’arcidiocesi metropolitana di Catanzaro-Squillace e dall’università sul tema: «Quale futuro per l’Europa? Un percorso di fronte alle res novae, tra etica, economia e politica».

L’Europa unita, una realtà che fino a ieri poteva sembrare ad alcuni distante o astratta, è divenuta quanto mai prossima e concreta. Il Mediterraneo, lungi dall’essere percepito come una sorta di confine naturale fra mondi profondamente diversi o, addirittura, inconciliabili, va ripresentandosi sempre più come un nodo centrale della Terra, un vero e proprio luogo di incontro tra i popoli. Più che un mare che divide, il Mediterraneo è soprattutto un mare che unisce le opposte sponde, mediante attività commerciali ed economiche. Le rotte, tuttavia, non riguardano soltanto le merci, ma anche idee, tradizioni etiche, politiche, culturali e religiose. Ma ci domandiamo: questo mare è in grado di accettare una nuova sfida della storia, ovvero quella di essere il cuore culturale e spirituale nella costruzione dell’Europa unita? Questo crocevia di civiltà può essere anche oggi il motore trainante al servizio della pace e del dialogo tra i popoli?

In questo senso il mare nostrum è ancora oggi come un grande cantiere in costruzione per una rete pulsante e globale di idee e di culture in dialogo positivo. Per rendere operativo questo cantiere dobbiamo innanzitutto basarci su dei pilastri ragionevolmente capaci di sostenere l’attuale costruzione europea. Essi possono essere da un lato la riscoperta dei fondamenti ultimi del Diritto (ciò che è giusto), dall’altro la rivalutazione della dimensione politica (ciò che si deve fare). Giustizia e politica si pongono naturalmente nell’orizzonte del bene comune e della sua ragionevolezza ultima.

Ecco allora perché, nell’odierna riflessione sull’Europa, vorrei anzitutto riproporre la centralità della persona umana. È in questa prospettiva che si dovrebbero affrontare le sfide che interessano il nostro continente all’inizio di questo millennio e che sono di grande attualità nell’odierno dibattito che attraversa l’Unione Europea. Appare sempre più evidente che l’Europa moderna non può essere tenuta insieme, in profondità, da fondamentalismi, da moralismi, o da pluralismi retti dall’arbitrio, ma soltanto da un ethos comune, che sia in grado di generare un consenso di base su criteri e atteggiamenti in sintonia con la natura della persona umana. A ben vedere, è l’Europa dei padri fondatori, quella basata sulla cultura e i valori del cristianesimo, quella in cui l’etica non era disgiunta dalla politica e dall’economia, che è in grado, anche oggi, di affascinare, di entusiasmare e di tenere insieme popoli, visioni e culture diverse.

L’Europa è la patria dei diritti umani, della dignità e dell’inviolabilità della persona. Tuttavia, se poggiano sempre più su se stessi, tali diritti perdono il loro fondamento e perciò, a lungo andare, rischiano di smarrire anche la loro ragion d’essere. Se l’Europa non riscopre il legame fra essere e agire e conseguentemente il nesso fra etica e politica, così come il contributo positivo della religione alla sua crescita, verranno a mancare gli strumenti per affrontare gli interrogativi posti dal tempo presente.

Vorrei qui richiamare un aspetto dell’agire politico in sintonia con quanto ha affermato Paolo VI, e cioè che «la politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri». Ogni credente, pertanto, deve sentirsi spinto a mettere a disposizione di tutti la sua prospettiva in una forma che sia sostanziata dalla carità, pur nella lacerazione delle scelte difficili, nella fatica delle decisioni non da tutti comprese, nel disturbo provocato talvolta dalle contraddizioni e dalle conflittualità sistematiche. I cattolici che esercitano la carità nell’agire politico a ogni livello non possono certo mancare al confronto con tutti i soggetti in campo. Mai rassegnati all’irrilevanza, i laici cattolici sono chiamati a concorrere generosamente al bene comune, rendendo così pubblicamente ragione della fecondità sociale e politica della propria fede vissuta e della propria dottrina creduta. E tutto questo ha delle conseguenze decisive per i contenuti e il metodo dell’impegno politico.

Purtroppo, si assiste sempre più frequentemente a un impoverimento della politica, quando essa è guidata da calcoli di convenienza e da logiche utilitariste di mera ricerca del consenso. Tutto ciò potrebbe far sì che la perenne contesa tra utilità e verità trascorra più sul lato dell’utile e del vantaggioso, che su quello del vero. Se si vuole che il bene comune, che richiede anche sacrificio, sia «credibile», è lo splendore della verità che dovrà illuminare i vantaggi, i profitti e gli utili, ponendoli al servizio della dignità umana, della persona e di quella cellula fondamentale della società che è la famiglia.

Si dice che la politica sia l’arte della mediazione: è vero per molte cose, e speriamo che si raggiungano sempre le mediazioni migliori; ma vi sono dei principi primi, che una “mediazione a tutti i costi” finirebbe per distruggere. In quanto arte del buon governo e “amore per la polis” , e dunque per la vita sociale, non può semplicemente soddisfare i bisogni meramente individuali, né regolamentare in senso repressivo gli istinti di prevaricazione sociale. Piuttosto, deve promuovere, anche e soprattutto, l’apertura dei singoli verso gli altri, la capacità caritatevole di ciascuno nel dare e nel ricevere, l’attitudine a rispettarsi e a soccorrersi mutuamente e disinteressatamente. Ecco perché il politico non può essere altro che colui che, per amore, si dedica alla giustizia.

Non possiamo dimenticare che l’Europa unita, che oggi conosciamo, prima di concretizzarsi in un progetto politico, si è costituita come comunità economica. I padri fondatori dell’Europa intravidero nella possibilità di una sinergia comune in campo economico, nella costituzione di un singolo mercato, la possibilità di evitare in futuro quelle contese, che nel corso della prima metà del XX secolo assunsero connotati atrocemente drammatici. Sottolinea Benedetto XVI nella Caritas in veritate che «la sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente». Dunque, «l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona». Ciò significa che l’economia proponendo la centralità della persona, contribuisce a soddisfare i suoi bisogni più autentici.

Una politica che ponga al centro l’uomo nelle sue dimensioni integrali, piuttosto che i singoli interessi particolari, non solo potrebbe favorire una ripresa economica più stabile e a beneficio di tutti, ma contribuirebbe in modo positivo a superare quella crisi di fiducia che ha coinvolto non solo gli operatori economici, ma, soprattutto in Occidente, anche il mondo delle istituzioni. In questo rinnovato impegno vi deve essere la valorizzazione del lavoratore, del cosiddetto “capitale umano”, che è la più grande ricchezza di cui l’umanità dispone.

Le nuove sfide hanno dimensioni che oltrepassano le frontiere tradizionali e lambiscono tutte le terre mediterranee, al punto che non esiste nazione, né politica nazionale, che possa gestire da sola tematiche come lo sviluppo sostenibile, le tendenze demografiche, la crescita economica, la solidarietà sociale, l’etica e il progresso vertiginoso delle scienze della vita e della salute.

Sul piano delle sfide socio-culturali dobbiamo saper riconoscere l’allargarsi dei flussi migratori: a quelli dall’Est europeo vanno aggiunti quelli dal Sud e da diversi Paesi dell’Africa e dell’Asia, con tutti i problemi sociali e culturali connessi, che chiedono di essere affrontati con discernimento e responsabilità. Si aggiunga a ciò il generale fenomeno della globalizzazione, a conferma di una società umana sempre più in movimento. Le migrazioni mettono quindi in contatto, e spesso miscelano, diverse identità etniche e culturali, generando così la questione definita nei termini della gestione di una società multiculturale. Nel corso dei secoli, molti Paesi europei hanno saputo sviluppare un concetto di sana laicità degli Stati e delle istituzioni, che presuppone e richiede la distinzione — piuttosto che separazione — fra la dimensione temporale e la dimensione spirituale. Tale concetto rappresenta un importante patrimonio, ma può facilmente ridursi a ideologia se, nel nostro continente, non sa trarre giovamento dal ruolo “ispiratore” della religione cristiana. Non si dovrebbe, infatti, ignorare il contributo particolare che il cristianesimo può offrire nelle grandi questioni della pace e della convivenza tra diversi popoli e comunità. Le istituzioni religiose e spirituali cristiane possono così collaborare con le istituzioni politiche, in uno spirito di sana laicità, richiamando quei valori etici e spirituali condivisi, sui quali si dovrebbe edificare la società europea. Tale dialogo fra fede e ragione, fra istanze laiche e religiose, può aiutare ad affrontare fruttuosamente e con equilibrio le attuali sfide, dalla crisi economica, ai problemi ambientali, a quelli migratori. Massima attenzione si deve tuttavia porre alla possibilità d’integrare e vicendevolmente arricchire le legittime diversità culturali e religiose presenti in Europa. Ciò comporta l’impegno a realizzare una vera “convivialità delle culture”, evitando ogni tentazione di contrapposizione tra civiltà. Lo richiede non solo una fedeltà creativa a quanto il cristianesimo ha già seminato nella cultura europea, ma anche la situazione di accentuata pluralità in questo continente.

L’unione monetaria, finanziaria ed economica ha certamente grande importanza e significato. Ma da sola essa non basta. C’è bisogno di un’unità più profonda, che attiene alla persona umana con la sua dignità, i suoi diritti e doveri inalienabili, la sua onorabilità trascendente.

Riprendo quanto detto da Benedetto XVI nel discorso al Parlamento tedesco: «La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivo e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra e imparare a usare tutto questo in modo giusto».

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20 settembre 2019

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