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Per Pechino due punti di pil in meno

· La Cina annuncia un rallentamento dell’economia dal 10 all’8 per cento a causa del rincaro delle materie prime ·

L’economia cinese continuerà a crescere nel prossimo quinquennio, ma a un ritmo rallentato rispetto agli ultimi anni, con un pil in aumento di «appena» il sette per cento rispetto a risultati a due cifre registrati fino al 2010 (più 10,3 per cento). La previsione è arrivata ieri dal primo ministro cinese, Wen Jiabao, che ha rivisto al ribasso le precedenti stime di una crescita all’otto annuo. L’obiettivo è raffreddare un’economia che rischia il surriscaldamento. Una crescita eccessiva, combinata alle recenti fiammate dei prezzi delle materie prime, potrebbe infatti innescare, secondo il Governo di Pechino, una spirale inflazionistica che metterebbe a rischio la stabilità sociale del Paese.

A causa del carovita si susseguono proteste in numerose città del gigante asiatico. E anche in questa ottica la principale priorità dell'Esecutivo è quella di mantenere i prezzi sotto controllo, per evitare la spirale inflazionistica. «La rapida crescita dei prezzi — ha sottolineato ieri Wen Jiabao in un discorso via internet — ha influito sulla stabilità pubblica e persino sociale; il Partito e il Governo hanno sempre considerato una priorità tenere i prezzi a un livello sostanzialmente stabile». Un’economia su di giri, sommata alle impennate delle materie prime energetiche e degli alimentari (più 10,3 per cento a gennaio), potrebbe però rappresentare una minaccia. Da qui la volontà di frenare la crescita degli ultimi anni.

Anche la politica monetaria sarà improntata alla massima prudenza, ha assicurato Wen Jiabao. «Se lo yuan fosse rivalutato significativamente in un’unica soluzione — ha spiegato il premier, guardando a Washington — molte nostre imprese sarebbero costrette a chiudere e la produzione per l’export slitterebbe dalla Cina verso altri Paesi, facendo perdere il posto di lavoro a molti lavoratori». Parole che rispondono direttamente alle critiche degli Stati Uniti, che da mesi ormai chiedono una massiccia rivalutazione della moneta cinese, tale da equilibrare la bilancia commerciale tra i due Paesi. La politica cinese resterà invece cauta, ha insistito il primo ministro, tenendo d’occhio da una parte la necessità di tenere sotto controllo l’inflazione e dall’altra quella di non frenare eccessivamente le esportazioni. Da ottobre fino all’ultima mossa dell’8 febbraio, la Cina ha già alzato tre volte i tassi di interesse e ha preso provvedimenti per calmierare i prezzi immobiliari contro la bolla speculativa scoppiata negli ultimi mesi.

A creare ulteriori problemi — dicono gli analisti — è la siccità, che sta colpendo duramente il Paese. Le previsioni a breve non sono buone: ci saranno ancora mesi di temperature sottozero, fino a meno 6 gradi e il freddo estremo non aiuterà i raccolti di grano. A rischio è anche il granturco prodotto in Cina per un quinto dell'output mondiale e di riso. Secondo una dichiarazione di un esperto della Fao ottenuta dal «New York Times», se dovesse tornare la pioggia in tempi brevi almeno una parte dei raccolti potrebbe ancora essere salvata o si potrà procedere con semine tardive. Comunque sia, il Dragone ha uno stock di 55 milioni di tonnellate di grano, circa la metà del suo fabbisogno nazionale annuale. E visto che i due terzi dei terreni arabili dovrebbero comunque essere produttivi, si potrebbe decidere di dar fondo alla riserve e minimizzare l'impatto sulla domanda mondiale. E gli esperti non hanno dubbi che i cinesi riformeranno le scorte, se necessario rivolgendosi al mercato esterno.

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18 agosto 2019

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