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Per descrivere la realtà non devi essere realista

· A colloquio con lo scrittore Salvatore Scibona ·

Il segreto per scrivere bene è «cercarsi gli ostacoli giusti»: ne è convinto Salvatore Scibona, uno dei migliori scrittori americani sotto i quarant’anni secondo il «New Yorker». Il suo La fine , opera prima tradotta in Italia da Beniamino Ambrosi per la 66thand2nd (l’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue a New York, il luogo dove per la prima volta gli editori hanno sognato di fondare una casa editrice per far conoscere ai lettori italiani i libri che hanno letto e amato durante il loro soggiorno negli Stati Uniti), ha stupito la critica. Maturità, originalità e raffinatezza della prosa, gli hanno garantito una messe di premi, dal Whiting Writer’s Award al Norman Mailer Cape Cod Award for Exeptional Writing.

Il perno narrativo del romanzo, edito da Graywolf Press (Minneapolis, Graywolf Press, 2008, pagine 297 dollari 24.00; in italiano: La fine , Roma, 66thand2nd, 2011, pagine 389, euro 20) è la festa dell’Assunta del 1953 a Cleveland, in Ohio, ma la trama è impossibile da riassumere. La sua è una sorta di partitura polifonica che si muove vorticosamente avanti e indietro nel tempo, in cui si intrecciano le voci di uomini e donne, apparentemente insignificanti, in cerca di un compimento — di un fine, appunto — della vita vissuta. Qui un personaggio semplice come il panettiere Rocco trova naturale dialogare con Dio davanti all’inesplicabile bellezza di un canyon incendiato dalla luce radente del tardo pomeriggio o al dolore di aver perso un figlio nella guerra di Corea, e il Bene e il Male (rigorosamente con la maiuscola) si sfidano nella drogheria dietro l’angolo a Elephant Park, la Little Italy di Cleveland, o nell’orto della vedova Marini, che pratica aborti clandestini nella cantina sotto casa, una donna «dal cuore guasto come una nespola troppo matura» crudele con se stessa, prima che con gli altri.

Un incontro al Centro studi americani ha fornito l’occasione per un’intervista a Borgo Pio, in una luminosa mattinata romana.

Perché complicarsi la vita scegliendo come protagonista un panettiere analfabeta? Non sarebbe stato più facile scegliere una voce narrante più vicina al lettore?

Ho scelto di scrivere con una mano legata dietro la schiena. I miei bisnonni erano tutti immigrati: vivevano ben piantati nel presente, gli importava v ivere la vita per quello che era, non gli interessava più di tanto il contesto storico in cui si muovevano, ma rispondevano in modo incredibilmente saggio e intelligente alle mie domande sulle questioni importanti della vita. Così, quando ho deciso di scrivere un romanzo, ho cercato di assumere il loro punto di vista. Volevo ribaltare il pregiudizio diffuso tra le élite culturali, secondo cui per porsi quesiti metafisici bisogna avere un master; è possibile rintracciare una saggezza profonda anche in persone umili e analfabete. La scelta di una persona semplice come Rocco è anche un modo per non impantanarmi in chiacchiere filosofiche astratte. Cerco di cogliere quei gesti che sono capaci di raccontare una persona.

Per esempio?

Quando stava per morire mia nonna — era già ricoverata in ospedale ed era molto debole — teneva il fazzoletto nella manica della camicia da notte per tenere pulita la bocca e il naso. Di mia nonna ricordo anche il gusto per la parola appropriata, la passione per l’enigmistica e l’insofferenza per la sciatteria nel comunicare che vedeva dilagare nelle riviste. Ricordo la sua soddisfazione nel leggere le lettere di protesta dei lettori per lo scarso livello delle domande e delle risposte nei cruciverba: «Sono stata vendicata, alfine!» esclamava trionfante. Era esigente, mia nonna, non si accontentava della mediocrità, neanche nelle parole crociate. Anche in ospedale, per parlare con l’infermiera usava l’esatto termine per descrivere ogni cosa. E scegliere le parole giuste è già il 90 per cento del lavoro per uno scrittore.

Altra difficoltà: scrivere un poema epico in prosa. L’epica non è molto di moda, e le storie corali sono molto difficili da scrivere.

Ha presente quei piccoli bottoni che si trovano all’interno dell’arancia? Sono piccoli frutti in miniatura che non si sono mai sviluppati, e restano nascosti all’interno del frutto. Tutte e due le sfere, il frutto visibile e quello non visibile all’esterno, coincidono nello stesso punto, nascono dello stesso picciolo, tutte e due le sfere contengono l’inizio e il punto di arrivo di una storia, ma a due livelli di maturazione diversi. Allo stesso modo, un’esperienza molto personale può in parte coincidere, in parte essere ampliata e chiarita dall’esperienza di un altro.

«E il giovane Rocco pensò — scrive nel suo romanzo — se riuscissi a comprendere un solo attimo riuscirei a comprendere ogni attimo. Diamo un nome alle ragioni del nostro agire, raccontiamo a noi stessi queste favole personali e sappiamo dall’inizio che nella migliore delle ipotesi sono solo verità incomplete».

Per questo spesso la stessa scena viene descritta più volte da personaggi diversi: l’esperienza di una folla — nel caso del mio libro, di una comunità di immigrati italiani in Ohio che attraversa la prima metà del Novecento, dal 1913 al 1953 — fa avvicinare al tutto, come in quei sistemi di calcolo in cui dal cubo ci si avvicina alla sfera per approssimazioni successive, sempre provvisorie e “imperfette”.

Altro ostacolo: parlare esplicitamente di cattolicesimo — «Io so che il mio Redentore è vivo», è il titolo del primo capitolo di The End — e non per farne la parodia o scrivere un libro di denuncia: non esattamente una scelta à la page.

La familiarità con il mistero dell’Incarnazione, il fatto che l’ostia contenga una presenza divina educa all’attenzione per i dettagli, fa capire che ogni cosa è “abitata”, è di più di quel che sembra. I dettagli dicono tanto di una persona, non solo nei libri. In un film come Ladri di biciclette ogni dettaglio “canta”, niente è astratto; un capolavoro è fatto di gesti, cose, non dialoghi astratti sulla vita.

Due scelte che potrebbero sembrare snob: scrivere con la macchina da scrivere e non guardare la tv.

Non ho la tv, per me è come l’eroina. Non sto scherzando; per me non è innocuo “chewingum per gli occhi”, è una sirena dalla voce suadente che ripete «Vieni, siediti qui a morire un po’, lascia che ti comunichi, giorno dopo giorno, un po’ della mia morte». Dalle sirene non ci si difende facilmente. Da piccolo usavo un grosso volume dell’enciclopedia per coprire l’apertura sul pavimento della mia stanza da cui passava il rumore della tv sempre accesa; era una finestra sul rumore, ma anche il passaggio attraverso cui saliva calore del piano di sotto. Rabbrividivo dal freddo raggomitolato sulla scrivania, ma perlomeno riuscivo a leggere per ore senza essere disturbato.

Perché non scrivere al computer?

Un eccesso di comodità distrae, mentre la fatica aiuta la concentrazione. Non bisogna aver paura di far fatica, o di impiegare del tempo per fare le cose: ha ragione Tommaso d’Aquino, la virtù è un habitus , un’abitudine. Per me è diventato normale stare seduto davanti a un tavolino e scrivere, cancellare, riscrivere da capo, buttare tutto e ricominciare, non è uno sforzo di volontà o un “attacco di Superego” come quando ero più giovane. Sul foglio le correzioni lasciano tracce, non spariscono in un attimo come in un file; per scrivere ho bisogno di questa concretezza “materiale”.

Non ama essere definito “realista”; forse perché «La realtà stessa non è realista» (la provocazione preferita dello scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas).

Un romanzo è una realtà potenziata; vorrei che nessun dettaglio fosse a caso, per questo ho cancellato tutto quello che non valeva la pena di essere ricordato. Raccontare la vita nella sua durata è come ballare, è un dialogo (o meglio, una lotta in corso) tra la consapevolezza razionale e la nostra parte inconscia fatta di desideri materiali, emozionali, spirituali, due componenti entrambe necessarie. Non amo le pose adolescenziali e l’ossessione per l’infanzia di tanta letteratura contemporanea. L’11 settembre è stata una gigantesca occasione persa per la nostra generazione, l’ennesima fuga dalla maturità: i nostri genitori hanno sentito tutta la responsabilità di costruire il loro Paese durante la guerra fredda, a noi hanno detto: «Andate a Disneyland e fate ripartire l’economia» banalizzando il nostro desiderio di affrontare sacrifici per il bene comune. Io non voglio essere “carino”, strizzare l’occhio al lettore, ma trovare parole che aderiscano come un guanto alle cose, raccontare la storia come la concepiva Tolstoj, una storia fatta dai soldati semplici. De Lillo non è mai “carino” quando descrive quello che vede. Il mio debito di riconoscenza con l’autore di Libra va oltre questo aspetto stilistico: sono stati scrittori come De Lillo e Richard Russo a spianarci la strada, la loro opera tesa all’assimilazione delle radici ha permesso alla mia generazione di tornare indietro nel tempo, senza timori e vergogna, come Toni Morrison con la cultura afroamericana. Raramente gli scrittori italoamericani raccontano la loro cultura com’è veramente. John Fante, ad esempio, è quasi sconosciuto negli Stati Uniti. I registi lo conoscono un po’ di più e recentemente gli hanno dedicato più attenzione, ma ci si arena quasi sempre sul cliché de Il padrino o dei Sopranos ; la mafia è un’epica potente, che nel cinema americano ha sostituito l’epopea del Far West.

L’intervista finisce in via di Porta Angelica, al cancello di Sant’Anna. «Davvero da qui inizia un altro Stato? Quasi quasi faccio un salto all’estero!» (frase seguita da un breve saltello dello scrittore all’interno della porta di Sant’Anna e un rapido dietrofront sul suolo italiano, sotto lo sguardo prima perplesso, poi divertito delle guardie svizzere).

Scibona è così, le cose non si accontenta di pensarle, sa bene che per «cantare qualcosa pari alla vita» (Mario Luzi) l’esistenza bisogna, prima di tutto, viverla, ed è questa, forse, l’unica pre-condizione necessaria.

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15 novembre 2019

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