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Per amore dei poveri sulle vie della città

· L'arcivescovo Angelo Amato ha presieduto a Granada la beatificazione del cappuccino Leopoldo da Alpandeire ·

Questuante per le vie dell'Andalusia per amore di Dio e dei poveri. Si potrebbe sintetizzare così la vita di fra' Leopoldo da Alpandeire, cappuccino, beatificato domenica 12 settembre, a Granada, alla presenza di migliaia di fedeli. La celebrazione del rito è stata presieduta dall'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l'omelia il presule ha sottolineato gli aspetti principali della personalità del nuovo beato.

«Carità, umiltà e devozione mariana — ha detto — sono i tratti distintivi della sua santità. Tutti i testimoni affermano che fra Leopoldo aveva un cuore d'oro. Fin dalla sua infanzia si era dimostrato generoso e caritatevole. Era solito condividere la sua merenda con altri pastorelli più poveri. Un giorno stava distribuendo ai mendicanti tutto il denaro, guadagnato con fatica nei duri mesi di vendemmia a Jerez. Vedendo ciò, il fratello maggiore lo rimproverò e gli tolse di mano il portamonete. Non potendo donare i soldi, il giovane Francisco Tomás donò i suoi stivali a un poveretto scalzo».

La vita del beato fu interamente dedicata al servizio di Dio e del prossimo con la preghiera e il lavoro. Dopo essere entrato in convento, svolse vari incarichi: ortolano, portinaio, sacrestano, questuante e quando occorreva anche infermiere per servire gli ammalati e gli anziani. «Ma il suo apostolato — ha evidenziato l'arcivescovo — fu soprattutto la questua per il suo convento. Come frate questuante, si metteva la bisaccia sulle spalle, come Gesù la croce, e andava in giro per chiedere l'elemosina. Si faceva povero per il sostentamento dei suoi fratelli».

Mentre riceveva l'elemosina, dava in contraccambio la carità della sua bontà, della sua serenità, del suo consiglio. Non sempre però la questua fu per lui un impegno facile, spesso riceveva insulti, sassate e una volta rischiò anche il linciaggio. A questo proposito, monsignor Amato ha ricordato alcuni episodi della vita di fra' Leopoldo. «Un giorno — ha detto — un gruppo di falciatori gli gridò: “vagabondo, lavora invece di andare in giro. Ci potresti dare una mano”. Fra' Leopoldo si avvicinò e si mise a lavorare con loro, lasciandoli indietro con la sua abilità di contadino. Rivelò che era stato lavoratore come loro e che in convento coltivava l'orto: “Fratelli, io sono come voi”. Questo gli permise di ottenere rispetto, consentendogli anche di fare un po' di catechismo». Un'altra volta, «entrò in un negozio di Plaza de Bib-Rambla. Quel giorno il padrone aveva venduto poco e non solo non diede l'elemosina, ma insultò pesantemente il frate. Il beato ascoltò tutto con pazienza e si allontanò. Il giorno seguente ritornò e disse: “Fratello, preghiamo la Santissima Vergine con tre Ave Maria”. Quell'uomo, commosso, recitò le preghiere e per un po' di tempo fra' Leopoldo passava da lui per recitare le tre Ave Maria».

Giunse poi il tempo della persecuzione religiosa che interessò gli anni della guerra civile. In quel periodo, i cappuccini perdettero un centinaio di confratelli e fra' Leopoldo sapeva di rischiare la vita ogni volta che si recava per le strade di Granada a chiedere l'elemosina, ma «veniva risparmiato perché difeso dai poveri, i quali riconoscevano: “è più povero di noi”. Anche i più accesi anticlericali ne ammiravano la mitezza, esclamando: “magari fossero tutti come lui”. Era caritatevole anche nei giudizi, scusando e giustificando tutti. Diceva la verità, ma con carità. Un giorno gli chiesero se riteneva santo un suo confratello, che non era per niente esemplare. Fra' Leopoldo rispose: “santo a suo modo”».

La sua carità fu instancabile e sempre accompagnata da una grande umiltà. «Un giorno — ha raccontato il presule — il beato entrò nel Café Suizo e si avvicinò a un tavolo. Ricevette solo insulti e percosse. Cadde a terra. Rialzatosi, disse con umiltà: “Mi avete colpito e buttato a terra; ora, per favore, fate l'elemosina per amor di Dio”. Tutta Granada chiedeva preghiere e conforto a fra' Leopoldo. Le persone pie gli dicevano spesso: “fra' Leopoldo, preghi per me, perché lei è un santo”. Subito rispondeva: “santo no, non sono affatto santo. Santo è l'abito”».

La gente non lo avvicinava solo per la sua carità, per la sua fama di miracoli, per i suoi consigli, ma lo cercava soprattutto per la sua umiltà, lo vedeva come un vero amico di Dio e del prossimo. «In comunità — ha ricordato il prefetto — cercava sempre di ritirarsi nell'angolo più nascosto. Quando celebrò il cinquantesimo di professione, il 16 novembre del 1950, un giornale di Granada scrisse articoli pieni di apprezzamento e di lode. Fra' Leopoldo ne ebbe molto a soffrire: “Che guaio, ci facciamo religiosi per servire il Signore nel nascondimento e, cosa vedo, ci mettono perfino sui giornali”. Non gradiva essere fotografato. Acconsentiva solo quando glielo ordinava il superiore».

L'umiltà gli permetteva anche di correggere il prossimo, soprattutto i bestemmiatori. «Un giorno un operaio — ha raccontato — appena lo vide, cominciò a bestemmiare. Fra' Leopoldo gli si avvicinò e gli disse: “Se volete offendere il frate, fate pure, ma non offendete il Signore”. L'uomo lo ascoltò con molto rispetto e si vergognò di quello che aveva fatto. Un altro giorno un lattaio bestemmiava vicino al convento de la Encarnación perché si era versato il latte di un recipiente. Fra' Leopoldo si avvicinò al poveretto e gli disse che il nome di Dio bisognava invocarlo solo per lodarlo. Il lattaio si scusò dicendo di aver perduto il guadagno di una giornata. Il beato gli venne incontro con il denaro ricevuto per carità, raccomandandogli che lodasse sempre il nome del Signore».

Alla beatificazione hanno partecipato i cardinali Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Carlos Amigo Vallejo, gli arcivescovi Francisco Javier Martínez Fernández di Granada e Juan del Río Martín ordinario militare di Spagna, e il vescovo Bernabé de Jesús Sagastume Lemus di Santa Rosa de Lima, fra' Alfonso Ramírez Peralbo, vicepostulatore della causa di canonizzazione.

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23 luglio 2019

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