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​Pensare e costruire insieme

· ​Laboratorio delle Idee ·

Giovani, molti dei quali cattolici, che hanno anticipato gli inviti di Francesco a scendere dal balcone o ad alzarsi dal divano. Li ho scoperti un sabato d’autunno nel cuore di Milano: un centinaio, convenuti per discutere su come «riaggregare la società». Un mix di eleganza e informalità, libertà e rigore, accoglienza e attenzione: è il Laboratorio delle Idee, nato nel 2008 come condivisione di spazi domestici per dialoghi tra studenti e figure simbolo del mondo culturale, economico e politico. Nel 2012 sorge un’associazione tra gli amici della prima ora: si struttura e si apre, in una crescita formidabile di partecipazione e di interesse. «Il 2015 è stato un anno di svolta» spiega Francesco Migliarese, responsabile scientifico del Laboratorio. «Tante persone nuove si sono avvicinate e hanno voluto dare il proprio contributo, rendendoci sempre più quello che vogliamo essere: un gruppo di amici aperto, dove si condividono progetti e idee». Si arriva in molti modi: per passaparola, su invito o stabilendo direttamente un contatto, magari dopo aver preso parte a un evento. «Tre sono le colonne portanti — continua Migliarese — cioè fare, relazionarsi, riflettere. Ci appassiona la sfida di alimentare una cultura che sia al contempo solida, ampia ed eclettica, capace di far interagire tra loro in modo organico i diversi ambiti della vita e della società e di farci gustare appieno la realtà in tutte le sue dimensioni». 

Pepi Merisio «Emigranti», Milano (1966)

Mi propongo di capire meglio: colgo l’entusiasmo che sprigiona da un’iniziativa diversa dalle proposte formative tradizionali, come oratori, centri sociali, scuole di formazione politica, scoutismo. Arrivo così all’incontro con Diana Said e Andrea Brugora, membri del consiglio direttivo, pochi giorni fa. Ad Andrea chiedo: perché laboratorio? «La verità si trova in un percorso, non coincide con un punto di vista; idee e contenuti, per emergere, richiedono un lavoro: è l’intuizione di partenza, cui cerchiamo ora di tener fede, mentre il gruppo cresce». Proposito ambizioso, «eppure ci avviciniamo all’ideale sempre più: da dibattiti semplici e casalinghi, si sono allargati la comunità, l’orizzonte tematico, i riferimenti culturali. Soprattutto, abbiamo capito che non bastano gli eventi — che in molti sanno già realizzare — per mirare alla produzione di un pensiero originale, che abbia un impatto concreto». Conta una pianificazione degli incontri «che non si lasci sedurre dall’era della velocità. Per pensare occorre tempo: tornare più volte e con più persone su un tema». Diana racconta: «Si arriva a un appuntamento pubblico mediante un processo che chiede ai nostri team di incontrarsi più volte. Si lavora sul tema da proporre, su interrogativi e chiavi di lettura con cui accostarlo; si arriva poi a costruire la manifestazione in tutti i suoi aspetti. Conta però specialmente il post evento: portare a fruttificare quanto ascoltato nella ripresa comune. Di qui l’annuario dell’Associazione, gli articoli, il sito, nuovi dialoghi».
Domando che cosa li abbia legati, quale forza li muova. Spiega Andrea: «All’inizio, il desiderio dei fondatori di mettere in comune delle convinzioni, sentite trascurate nel dibattito pubblico: bombardati da infiniti stimoli, approfondire e portare avanti idee precise. Il metodo del laboratorio si è rivelato però più ampio ed è stato la vera scoperta: esalta la fase di ridefinizione, concilia apertura mentale e volontà di arrivare a un pensiero non qualunquista, non insipido. Anche l’identificazione dei nostri valori, in questo senso, è un processo in corso, in divenire». Il metodo, secondo Diana. e l’amicizia — sottolinea Andrea — sono i due leganti anche oltre le attività associative, nelle uscite in montagna o in altre città. «I temi che trattiamo non sono centrati su una specifica metropoli: sono temi umani, quindi italiani, europei e forse oltre, ma non è un caso che siamo nati a Milano, capitale non solo economica, ma anche culturale e d’innovazione del nostro Paese. Potremmo radicarci in altre città, ma bisogna partire da un sostrato fertile di associazionismo e di pensiero, da nuclei di giovani con un positivo atteggiamento verso la vita e forte motivazione a procedere insieme». Diana aggiunge: «Intanto in Lombardia abbiamo l’ambizione di rafforzarci come voce nella società civile: non è irrilevante che il 22 ottobre il sindaco di Milano fosse presente a inaugurare il nostro anno sociale. 

Joan Mirò, «Il carnevale di Arlecchino» (1924-1925)

È un salto importante: entrare nel tessuto vivo della città, così che i cittadini avvertano il contributo del Laboratorio; diventare interlocutori per tutti i giovani, un gruppo leader nella costruzione delle loro idee». Riaggregare la società, più che titolo di una mattinata, appare così filo rosso di un percorso di pensiero, contro la tendenza metropolitana all’anonimato, all’isolamento, alla contrapposizione gratuita e aprioristica. Brugora è netto: «Facciamo parte della generazione che affronta la situazione più difficile da quasi un secolo: velocità dei cambiamenti, mondo del lavoro escludente, paesi emergenti che si affacciano all’orizzonte, migrazioni drammatiche, nuovi strumenti che danno potenzialità enormi di collegamento, ma anche isolano, una crisi economica destinata a durare, che ha travolto carriere e progetti. Esistono giovani che possono portare un punto di vista di qualità, d’impatto innovativo, proprio perché hanno una forma mentis e una percezione del mondo adeguata ai cambiamenti in corso: hanno voglia di mettersi a lavorare. Gettiamo un ponte tra sfide e persone desiderose di rispondere: vorremmo fare la differenza, creando gruppi formati ad affrontare le questioni contemporanee, una classe dirigente adeguata. Learning by doing è l’atteggiamento, diverso dalla scuola di formazione vecchio stampo: si impara solo impegnandosi insieme». Cerco di sondare il rapporto col mondo degli adulti e Diana è positiva: «Riconosciamo nelle altre generazioni maestri da cui imparare e con cui confrontarci. Per questo le cerchiamo: invitiamo chi ci incuriosisce per il suo lavoro o le sue idee». Aggiunge Andrea: «Abbiamo ricevuto più sostegno che ostacoli: viene colto il nostro entusiasmo e nessuno si è scetticamente impegnato a spegnerlo. Certo, ci confrontiamo con una struttura sociale che riceviamo complessa, lenta, stratificata e fatichiamo a contare su presenze adulte costanti: prevalgono comparse e interventi spot, mentre cerchiamo maestri che si affianchino e ci consiglino in questa crescita vertiginosa».
Discutiamo di minoranze creative e maggioranza silenziosa, interrogandoci sulla categoria di “popolo”, cara a Papa Francesco. Secondo Diana «oggi ad addormentare i più è lo scoraggiamento: si sta zitti e rassegnati, perché si è fatto difficile lo scambio. Come amici stiamo provando ad andare controcorrente, proponendoci con delle idee: speriamo che questo permetta a molti altri di osare. La verità deve emergere venendo posta, dibattuta e così condivisa.

di Sergio Massironi

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18 marzo 2019

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