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Pellegrino nei luoghi del martirio

L’Uganda e tutta l’Africa hanno bisogno di nuovi testimoni. È il messaggio lanciato da Papa Francesco alla messa per il cinquantesimo anniversario della canonizzazione dei martiri ugandesi, celebrata nella mattina di sabato 28 novembre, nel grande anfiteatro naturale in cui è stato edificato il santuario cattolico di Namugongo.

Il secondo Paese africano visitato dal Pontefice — spiega il vescovo comboniano di Lira, Giuseppe Franzelli, coordinatore di questa tappa del viaggio — ha problemi simili a quelli del Kenya e di gran parte dei Paesi africani. Il nord è stato devastato materialmente e spiritualmente da decenni di guerra civile: centomila vittime, oltre un milione di sfollati, decine di migliaia di ragazze e ragazzi rapiti, atrocità contro la popolazione. La guerra è finita, ma le divisioni restano, c’è bisogno di riconciliazione. L’Uganda, puntualizza il presule, deve ancora ricostruirsi come popolo, come famiglia. Tanto più che nel Paese dilaga la piaga della corruzione, vero e proprio «cancro che corrode la società». Ecco perché appare fondamentale alimentare e rinnovare quella testimonianza di fede e di lealtà che fu dei martiri cattolici e anglicani uccisi a Namugongo tra il 1885 e il 1887. Un tipico esempio, il loro, di quell’«ecumenismo del sangue» richiamato più volte, e anche in questa occasione, dal Pontefice. Ed ecco perché Francesco, nel celebrare la messa per tutto il popolo, ha voluto rendere omaggio anche al sacrificio degli anglicani.

Il suo è stato un vero e proprio pellegrinaggio nei luoghi del martirio. La prima tappa, nella serata di venerdì 27, è stata a Munyonyo, luogo in cui il sovrano ordinò il massacro dei cristiani e ne fece uccidere alcuni. Poi i perseguitati vennero fatti camminare per 26 chilometri: un vero e proprio calvario, segnato da percosse, sevizie e derisioni. Fino ad arrivare alla collina di Namugongo, dove si compì il massacro: i martiri — quelli cattolici erano tutti laici — vennero torturati, dilaniati, avvolti in fascine di legna e arsi vivi.

dal nostro inviato Maurizio Fontana

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20 marzo 2019

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