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Pellegrini
nel caos iracheno

· ​Duecento caldei alla tenda di Abramo ·

La comunità cristiana irachena non si rassegna alla situazione di caos e alle immense difficoltà della situazione sociale e politica del Paese. Ne è una riprova il pellegrinaggio — forse il più importante compiuto negli ultimi anni — che ha visto circa duecento caldei di Baghdad recarsi fino a Ur, il sito storico della bassa Mesopotamia, attualmente nel governatorato iracheno di Dhi Quar, che viene generalmente identificata con il luogo di nascita del patriarca Abramo, padre di tutti i credenti delle grandi religioni monoteiste. Pochi giorni fa — riferisce l’agenzia Fides — accompagnati dal vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei, Basel Yaldo, e da sette sacerdoti, i cristiani appartenenti a diverse comunità e parrocchie di Baghdad hanno vissuto il pellegrinaggio come momento forte nello spirito dell’anno giubilare della misericordia. 

I pellegrini portavano con sé anche cartelli e striscioni con il logo del patriarcato caldeo e con quello del giubileo della misericordia, «Speriamo di poter fare qui un pellegrinaggio più grande, con migliaia di pellegrini, quando Papa Francesco verrà a visitare questo luogo, a Dio piacendo», ha detto, tra l’altro, il presule nel corso della messa celebrata nel sito archeologico, non lontano dallo Ziggurat sumerico, sotto una tenda innalzata a ricordo di quella di Abramo. In occasione della visita a Ur, i pellegrini provenienti da Baghdad hanno avuto anche incontri con i cristiani di Bassora e con l’arcivescovo di Bassorah dei Caldei, Habib Al-Naufali, che ha raccontato loro la vita quotidiana della locale comunità cristiana, formata ormai soltanto da 250 famiglie. È una situazione di difficoltà che i cristiani condividono con il resto della popolazione irachena. L’Iraq — ha dichiarato ad AsiaNews Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei — ha raggiunto «il momento più basso» nella storia del Paese, anche se «non possiamo dire di aver toccato il fondo», perché vi è il rischio che «la situazione precipiti sempre più». Il presule conferma i timori di analisti ed esperti secondo cui questo «è il periodo peggiore» della storia moderna dell’Iraq. Quantomeno dall’inizio del nuovo millennio a partire dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003. «Nessuno riesce davvero a capire cosa stia succedendo — prosegue — e nemmeno a prevedere cosa accadrà nel futuro». Infatti, negli ultimi mesi a Baghdad sono aumentate le forme di dissenso pubblico e le manifestazioni di piazza contro politica e istituzioni dello Stato che sembrano incapaci di arginare fino in fondo la diffusione della corruzione. Negli anni il sistema politico iracheno ha favorito la diffusione di una corruzione ormai endemica, che ha svuotato le risorse economiche già prosciugate dal calo dei proventi del petrolio. A questo si uniscono i costi della lotta contro il cosiddetto Stato islamico e altri movimenti jihadisti. Monsignor Warduni racconta di una popolazione «molto stanca» per mancanza di lavoro, di risorse, di prospettive. «Un Paese ricchissimo — sottolinea — oggi è diventato poverissimo. Si dice che questa sia la terra del petrolio, ma che utilità ha per noi oggi se non abbiamo nemmeno il carburante da mettere nei generatori. Sarebbe meglio non averlo perché è da qui che partono le nostre sofferenze. Tutti vogliono il nostro petrolio, tutti vogliono le nostre ricchezze».

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27 giugno 2019

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