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Pellegrine
in terre bibliche

· In un libro di Martha Ann Kirk ·

«Sono cresciuta in una piccola città in Texas, con solo seimila abitanti»: suor Martha Ann Kirk racconta la sua storia alla giornalista Melanie Lidman, di Globalsistersreport.org, per farle capire quali sono state le radici della sua vocazione. «Mio padre — continua suor Martha Ann — era un battista del sud, mia mamma cattolica romana. In quegli anni, i battisti del sud pensavano che i cattolici fossero persone orribili, condannate da Dio, e i cattolici pensavano la stessa cosa dei battisti. Vedendo i miei genitori ho capito che la gente può avere confessioni religiose diverse e un diverso approccio alla vita e continuare a volersi bene». Rendendosi conto che impossible is nothing, niente è impossibile se il desiderio di vivere insieme è sincero e reciproco, suor Kirk ha fatto dell’arte dell’incontro la cifra della sua attività e del suo lavoro accademico. 

Suor Martha Ann Kirk con Fatma Arslan e sua figlia Meryem

 Da tempo dirige un programma internazionale ecumenico di ricerca sui temi della pace e della giustizia che la porta a frequenti viaggi di studio nei luoghi del Libro; nel 2004 ha ricevuto dal sindaco di San Antonio, in Texas, il Peacemaker Award per il suo impegno nel costruire ponti fra ebrei, cristiani e musulmani. Per questo è utile leggere il suo libro Donne e pellegrine di terre bibliche (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 368, euro 30) da una sezione spesso saltata a piè pari dai lettori, quella dei ringraziamenti: sette pagine fitte di nomi, istituzioni, congregazioni religiose, case editrici, dall’università texana dove insegna alle suore melkite del convento dell’Emmanuele di Betlemme. «Tutti i miei viaggi — spiega suor Kirk — sono diventati dei pellegrinaggi, cercando e trovando il divino nelle sorelle come nei fratelli. Si riceve compassione, si impara ad avere compassione. La pace si costruisce quando la gente viaggia, superando i moderni confini». E continua: «Questo libro è come una manciata di frammenti. Ho dovuto scavare profondamente per alcuni di loro, mentre altri giacevano, inosservati, in superficie».
Più cocci che non piatti e vasi interi, come sa chi ha dimestichezza con gli scavi archeologici, chiosa l’autrice del libro, ma anche le briciole possono essere ricomposte per svelare meglio l’insieme. E anche il più isolato e minimo frammento è prezioso e può avere una sua fragile bellezza: “schegge” di testi in ebraico, greco, latino, siriano, copto e arabo, già pubblicati in raccolte erudite e tradotti in inglese nel ventesimo secolo, ma ancora poco noti al grande pubblico. «Le storie di donne scritte in siriano, copto e arabo sono rare — continua suor Martha Ann — e solo alcune di esse sono state tradotte in inglese negli ultimi decenni, destinate per lo più a un pubblico di specialisti. Questo libro mette in rilievo la tradizione cristiana, ma guarda con rispetto le altre: oltre alle donne della Bibbia e alle sante cristiane, vi sono state incluse donne ebree e musulmane».
Tra i tanti personaggi citati, spicca Beruriah, che visse in Palestina nel secondo secolo dell’era cristiana. Suo padre, il rabbino Anania, fu ucciso nelle persecuzioni durante il regno di Adriano. Beruriah si dedicò per tre anni allo studio intenso della Torah, studio che intraprende chi si prepara a diventare rabbino, e fu molto ammirata per la sua profonda erudizione; si racconta che fosse un’ottima insegnante, che sapeva incoraggiare gli studenti e stimolarli a impegnarsi al massimo. È la sola donna nella letteratura talmudica la cui opinione sulle leggi religiose divenne parte dei testi ufficiali.
«Sposò il molto rispettato rabbino Meir», scrive suor Kirk nel capitolo del libro dedicato a «Storie libri e cartine» riportando alcune delle tante storie che hanno come protagonisti Beruriah e suo marito.
In una fra le più commoventi, emerge la profonda fede della donna e la sua venerazione per lo Shabbath come occasione di memoria dell’amore di Dio. Anche quando il dolore è tanto intenso da sembrare insopportabile, e rischia di gettare un’ombra sulla luminosa positività della creazione.
«Quando due dei loro figli morirono nel giorno dello Shabbath, Beruriah non informò suo marito della morte dei figli al suo rientro dall’accademia per non affliggerlo nel giorno dello Shabbath. Solamente dopo la preghiera del Havdalah avviò il discorso dicendo: “Qualche tempo fa venne un uomo e mi lasciò qualcosa in custodia. Ora egli me la chiede indietro. Devo restituirla o no?”».
Naturalmente Meir rispose di sì, dopodiché Beruriah gli fece vedere i figli morti.
E quando Meir cominciò a piangere disse: «Non mi hai detto che dobbiamo restituire ciò che ci è dato in custodia? Il Signore ha dato e il Signore ha ripreso».

di Silvia Guidi

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27 maggio 2019

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