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Pegno di unità

· Dimensione ecumenica del martirio dei cristiani nel Vicino oriente ·

In occasione del secondo anniversario dell’incontro fra Papa Francesco e il patriarca di Mosca, Cirillo, avvenuto all’Avana il 12 febbraio 2016, si è tenuta a Vienna, ospitata dalla Chiesa cattolica austriaca, una conferenza internazionale sulla situazione dei cristiani nel Vicino oriente organizzata dal patriarcato di Mosca e dal Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Dopo il discorso di apertura dell’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn, che ha definito quello storico evento «un messaggio a tutti i cristiani e alle persone di buona volontà», ha preso la parola il metropolita di Volokolamsk, Ilarione, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca, il quale ha presentato un rapporto sulla sofferenza patita in questi anni dalle comunità cristiane in Siria, Iraq, Egitto, ma anche in Nigeria, India, Pakistan e altri paesi. Ilarione ha messo in rilievo la grande cooperazione fra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica nell’invio di aiuti umanitari e nella ricostruzione delle case e dei luoghi di culto distrutti. «Vorrei esprimere la speranza che questa conferenza sia il proseguimento dell’impulso dato da Papa Francesco e il patriarca Cirillo all’Avana — ha concluso il metropolita — e che i nostri sforzi comuni d’ora in poi diano conforto ai nostri fratelli e sorelle perseguitati». È seguito l’intervento del cardinale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, di cui pubblichiamo ampi stralci.

Dionisius «Crocifissione di Gesù» (1500 circa)

Se la dimensione ecumenica della persecuzione dei cristiani e del martirio è stata resa visibile, lo dobbiamo soprattutto ai Pontefici venuti dopo il concilio Vaticano II. Durante la cIII congregazione generale del concilio, il beato Papa Paolo VI, il 18 ottobre 1964, ha beatificato i martiri dell’Uganda rendendo omaggio anche agli anglicani, che avevano patito le stesse sofferenze dei loro fratelli cattolici. Il santo Papa Giovanni Paolo II ha dato espressione alla dimensione ecumenica del martirio soprattutto attraverso una celebrazione comune nel luogo storicamente simbolico che è il Colosseo, durante il giubileo dell’anno 2000, quando alla presenza di alti rappresentanti di diverse Chiese ha ricordato i martiri del ventesimo secolo e ascoltato le loro testimonianze di fede, come quella del pastore evangelico Paul Schneider, del metropolita ortodosso Serafim e del religioso cattolico Massimiliano Kolbe, commentandole in tal senso: «L’eredità preziosa che questi testimoni coraggiosi ci hanno tramandato è un patrimonio comune di tutte le Chiese e di tutte le comunità ecclesiali. È un’eredità che parla con una voce più alta dei fattori di divisione. L’ecumenismo dei martiri e dei testimoni della fede è il più convincente; esso indica la via dell’unità ai cristiani del ventunesimo secolo» (Giovanni Paolo II, Omelia in occasione della commemorazione dei testimoni della fede del secolo XX, 7 maggio 2000).

Nel 2008, Papa Benedetto XVI, in occasione della sua visita alla basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dedicata alla memoria dei martiri del ventesimo secolo, ha onorato il martirio ecumenico come testimonianza più alta dell’amore (cfr. Omelia in occasione della commemorazione dei testimoni della fede del XX e XXI secolo tenutasi a Roma, nella basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, 7 aprile 2008).

Questo insistere sull’importanza ecumenica dei martiri prosegue felicemente con Papa Francesco che, sin dall’inizio del pontificato, ha fatto dell’ecumenismo dei martiri o, come lo definisce lui, l’“ecumenismo del sangue”, uno dei suoi temi ecumenici importanti. Secondo lui sono gli stessi persecutori dei cristiani a indicarci l’ecumenismo del sangue. Infatti, «per i persecutori, noi non siamo divisi, non siamo luterani, ortodossi, evangelici, cattolici […] No. Siamo uno. Per i persecutori siamo cristiani. Non interessa altro. Questo è l’ecumenismo del sangue che oggi si vive» (Francesco, Discorso ai membri della Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowships, 31 ottobre 2014). Perciò, nell’ecumenismo dei martiri ci si pone anche una grande sfida, che Papa Francesco ha espresso con la memorabile frase: «Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?» (Discorso al movimento del Rinnovamento nello Spirito, 3 luglio 2015). Di fatto, non è umiliante che talvolta i persecutori dei cristiani abbiano una visione ecumenica migliore della nostra, poiché sanno che nel profondo i cristiani tra loro sono una cosa sola?

Queste importanti affermazioni dei Pontefici mostrano che l’unità della Chiesa si è già compiuta nei santi e che nei suoi martiri la Chiesa è indivisa. Così come la Chiesa dei primordi era convinta che il sangue dei martiri fosse seme di nuovi cristiani, anche noi, oggi, possiamo sperare che un giorno il sangue di tanti martiri del nostro tempo si riveli seme della piena unità ecumenica del Corpo di Cristo. Questa speranza è stata testimoniata anche da Papa Francesco e dal Patriarca Kirill nella loro dichiarazione congiunta all’Avana: «Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia di Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese, ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani» (Dichiarazione comune di Papa Francesco e del Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia, L’Avana, 12 febbraio 2016, n. 12).

Poiché il Medio oriente è la terra di origine del cristianesimo, può reclamare un posto unico nel movimento per l’unità dei cristiani. Il movimento ecumenico è pervaso dalla profonda convinzione che i cristiani troveranno cammini verso l’unità se approfondiranno le loro radici comuni. Pertanto, non è un caso che si sia svolto a Gerusalemme l’evento che segna l’inizio del “dialogo d’amore” tra cattolici e ortodossi, ovvero il pellegrinaggio che il beato Papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico Atenagora hanno compiuto insieme nella città santa il 6 gennaio 1964. Sul suolo dove Cristo ha fondato la sua Chiesa e dove ha versato il proprio sangue per lei, le due guide ecclesiali si sono scambiate il bacio della pace, hanno ascoltato la lettura dal capitolo 17 del Vangelo di Giovanni e pregato insieme, impegnandosi così irreversibilmente nel cammino verso l’unità.

Il Medio oriente è senz’altro una delle regioni del mondo in cui la situazione dei cristiani è piuttosto difficile e incerta, ma dove i rapporti ecumenici sono molto forti e promettenti, specialmente tra ortodossi e cattolici. La situazione di minoranza e il difficile contesto sono indubbiamente motivi per l’avvicinamento nel modo che si può definire “ecumenismo della vita”, e che si è tradotto in rilevanti accordi pastorali. Penso soprattutto all’importante accordo, firmato nel 1996 a Charfeh, in Libano, dai patriarchi cattolici e ortodossi del Medio oriente, che riguarda in particolare i matrimoni misti e l’elaborazione di un catechismo comune per i bambini. La necessaria solidarietà in un contesto di incertezza ha inoltre spinto le Chiese a concludere accordi pastorali previdenziali in caso di necessità e a consentire l’accesso ai sacramenti ai credenti di altre Chiese, per esempio tra la Chiesa cattolica e quella siro-ortodossa nel 1984 e tra la Chiesa caldea e quella assira d’Oriente nel 2001.

Nella sua esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente, firmata a Beirut il 14 settembre 2012, Papa Benedetto XVI ha incoraggiato fortemente lo sviluppo di questi legami ecumenici tra cristiani di diverse Chiese in Medio oriente, sottolineando la dimensione ecumenica della santità: «I martirologi attestano che santi e martiri di ogni appartenenza ecclesiale sono stati — e alcuni lo sono oggi — testimoni viventi di questa unità senza frontiere nel Cristo glorioso, anticipazione del nostro “essere riuniti” come popolo finalmente riconciliato in Lui» (Ecclesia in Medio Oriente, n. 11).

La santità dimostrata nella vita e la testimonianza comune dei cristiani in Medio oriente sono un pegno di unità. Nella sua lettera ai cristiani in Medio oriente del 21 dicembre 2014, Papa Francesco ha sottolineato l’appello ecumenico alla santità, che la persecuzione rivolge ai cristiani di tutte le Chiese: «La situazione in cui vivete è un forte appello alla santità della vita, come hanno attestato santi e martiri di ogni appartenenza ecclesiale. Ricordo con affetto e venerazione i pastori e i fedeli ai quali negli ultimi tempi è stato chiesto il sacrificio della vita, spesso per il solo fatto di essere cristiani. Penso anche alle persone sequestrate, tra cui alcuni vescovi ortodossi e sacerdoti dei diversi riti. Possano presto tornare sane e salve nelle loro case e comunità. Chiedo a Dio che tanta sofferenza unita alla croce del Signore dia frutti di bene per la Chiesa e per i popoli del Medio oriente». Nella stessa lettera, Francesco esprime la sua gioia per l’ecumenismo concreto vissuto dai cristiani in Medio oriente: «In mezzo alle inimicizie e ai conflitti, la comunione vissuta tra di voi in fraternità e semplicità è segno del regno di Dio. Sono contento dei buoni rapporti e della collaborazione tra i patriarchi delle Chiese orientali cattoliche e quelli ortodossi; come pure tra i fedeli delle diverse Chiese. Le sofferenze patite dai cristiani portano un contributo inestimabile alla causa dell’unità. È l’ecumenismo del sangue, che richiede fiducioso abbandono all’azione dello Spirito santo».

La situazione in cui vivono i cristiani in Medio oriente è un impulso ecumenico non soltanto per loro stessi, ma anche per i cristiani in tutto il mondo. La comune preoccupazione per i cristiani in Medio oriente è stata citata molto spesso in diverse dichiarazioni congiunte che Papa Francesco ha firmato insieme con altre guide ecclesiali, come con il Patriarca ecumenico Bartolomeo a Gerusalemme il 25 maggio 2014 e a Istanbul il 30 novembre 2014, o con il Papa copto-ortodosso Tawadros al Cairo il 28 aprile 2017. Anche la dichiarazione comune con il Patriarca Kirill all’Avana del 12 febbraio 2016 è uno straordinario esempio di avvicinamento ecumenico, prodotto dalla tragica situazione dei cristiani in Medio oriente. Anche in tal senso le sofferenze dei fratelli e delle sorelle nella fede non sono assolutamente vane.

La dolorosa situazione dei cristiani che soffrono in Medio oriente è per noi un invito urgente ad accoglierli nel nostro cuore, ricordarli nelle preghiere e portare i loro bisogni dinanzi a Dio. Durante le due visite che ho potuto compiere negli ultimi anni ai campi profughi in Giordania e sull’isola di Leros, le persone mi hanno sempre chiesto di non dimenticarle, ma di pensare a loro. Non dobbiamo mai dare loro l’impressione di essere sole e abbandonate. Anzi, dipendono dalla nostra partecipazione solidale nella preghiera.

Desidero pertanto concludere il mio discorso con le parole di preghiera per il Medio oriente della dichiarazione congiunta firmata da Papa Francesco e dal Patriarca Kirill all’Avana: «Eleviamo le nostre preghiere a Cristo, il Salvatore del mondo, per il ristabilimento della pace in Medio oriente che è “il frutto della giustizia” (cfr. Isaia, 32, 17), affinché si rafforzi la convivenza fraterna tra le varie popolazioni, le Chiese e le religioni che vi sono presenti, per il ritorno dei rifugiati nelle loro case, la guarigione dei feriti e il riposo dell’anima degli innocenti uccisi».

di Kurt Koch

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