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Pechino apre alla riforma dei tassi e lo yuan vola

· Ma gli analisti restano scettici ·

Lo yuan ha raggiunto il livello di cambio più alto nei confronti del dollaro negli ultimi cinque anni sul mercato interbancario, due giorni dopo l'impegno della Banca centrale di Pechino per una maggiore flessibilità della valuta. Lo ha reso noto oggi l'agenzia economica Dow Jones Newswire. La Banca centrale europea e l'Eurogruppo hanno salutato con favore la decisione. Positiva anche la reazione della Casa Bianca. Il presidente Barack Obama ha parlato di «mossa costruttiva che può aiutare a salvaguardare la ripresa e contribuire a un'economia globale più equilibrata». E un apprezzamento è stato espresso anche dal segretario al Tesoro, Timothy Geithner.

Nonostante l'entusiasmo dei Governi, la mossa cinese non convince gli analisti. «Una volta che il g20 si sarà chiuso e supponendo che Pechino riesca a evitare di essere criticata — scrive il “Wall Street Journal” — lo yuan tornerà a navigare in un territorio sconosciuto». Secondo il quotidiano, l’apertura della Cina presenta luci e ombre per gli investitori. Da un lato — spiega il «Wall Street Journal» — questi possono essere soddisfatti della decisione di Pechino che dice addio a 23 mesi di «ancoraggio di fatto» dello yuan al dollaro. Dall’altro, però, la vera intenzione di Pechino nel lungo termine è ancora quella di un tasso di cambio «sostanzialmente stabile e non ci sarà una rivalutazione una tantum».

Secondo l'altro totem del giornalismo economico mondiale, il «Financial Times», non è un caso che il comunicato di Pechino sia giunto a una settimana dall'apertura del g20. La decisione non rappresenta affatto una svolta. Anche perché la successiva precisazione cinese sul fatto che ogni eventuale cambiamento della politica valutaria sarà probabilmente lento «lascia Pechino esposta alle critiche internazionali e all'accusa che lo yuan è artificialmente mantenuto troppo basso, soprattutto una volta che l’effetto iniziale dell’annuncio del week end si sarà esaurito». Secondo gli analisti del giornale londinese, «se l’apprezzamento dovesse risultare modesto, le critiche nei confronti della Cina soprattutto da parte del Congresso americano, non si esauriranno». Gli Stati Uniti dovrebbero pubblicare dopo il g20 il rapporto sulle politiche valutarie dei loro maggiori partner commerciali e il Congresso preme affinché la Cina venga messa sotto torchio. Alcuni senatori hanno avanzato la proposta di dazi doganali su tutti i prodotti cinesi importati negli Stati Uniti così da bilanciare l’effetto di uno yuan sottovalutato. «C’è veramente poco appetito a riguardo di un apprezzamento, per questo è probabile che nel breve termine la banca centrale manterrà un atteggiamento conservatore», spiega Stephen Green, economista di Standard Chartered, mettendo in evidenza che risultato del braccio di ferro saranno «relazioni ancora molto delicate tra Stati Uniti e Cina». La vera domanda è «se si tratta di una mossa simbolica o di un vero e proprio cambio nella politica valutaria cinese e se si tradurrà nel breve termine in un significativo apprezzamento dello yuan», osserva Eswar Prasad, ex economista del Fondo monetario internazionale e ora professore alla Cornell University.

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