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La gioia del discepolo

· Quinto centenario della nascita di san Filippo Neri ·

Il 21 luglio scorso si aprivano a Firenze le celebrazioni del quinto centenario della nascita di san Filippo Neri, festeggiato dalla congregazione dell’oratorio in questi dodici mesi con uno stile di sobrietà ispirato alla semplicità del santo che è stato straordinario solo nel modo in cui ha affrontato e vissuto l’ordinaria esistenza, da laico per 36 anni e prete per i restanti 44. Semplice, non per strategia, ma per effetto di una solida convinzione: quella che, condita di sano umorismo, induce a guardare la realtà e abbracciarla con passione, ma con distacco, l’evangelica povertà di spirito, che nasce da un vero attaccamento a Dio. Christifidelis al punto che il suo «chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia» era diventato il ritornello incessantemente ripetuto e del quale la vita vissuta svelava le profondità e l’ampiezza.

Non sono mancate nel corso del centenario anche manifestazioni culturali di valore, come il convegno sulla “lauda filippina”, iniziativa della congregazione e del Pontificio Istituto di musica sacra, né pubblicazioni di rilievo. Tra le riedizioni, la Vita di san Filippo Neri dell’oratoriano cardinale Alfonso Capecelatro o la traduzione in tedesco della Scuola del gran maestro di spirito, san Filippo Neri, di Giuseppe Crispino. Tra le nuove, spicca un piccolo libro scritto da Simone Raponi, un giovane dell’oratorio di Roma: sei capitoletti che delineano un avvincente ritratto del “pazzo di Dio”, da cui emerge il profilo di Filippo. Con finezza l’autore coglie l’essenziale e lo comunica con una limpida scrittura: la serenità del riformatore; la gioia del discepolo, la libertà dell’uomo; la sapientia cordis del maestro; la genialità del fondatore; la “follia” del mistico.

«L’amministrazione dei sacramenti e la promozione del culto sacro saldate al desiderio di perfezione nelle virtù e alle pratiche di pietà e orazione sono i capisaldi — scrive Raponi — su cui si innesta l’opera di Filippo, vero e proprio protagonista della penetrazione della Riforma di Trento nel vivo tessuto della società romana. Tuttavia, costituisce cifra specifica della sua attività la mancanza dei rigori di certe misure riformiste estranee al sentire di Filippo, la cui gioia e allegria, nonché la delicatezza del tratto, pervadono tutto l’apostolato, in particolare con i giovani figli spirituali». Gioia che è «“creduta” perché infusa dallo Spirito ed esige pertanto umiltà e rendimento di grazie. Lungi dal riso sardonico o dall’esaltazione psicologica, si configura quale vero e proprio bene “di fede”, nonché acutissima penetrazione del senso profondo del Vangelo».

di Edoardo Aldo Cerrato

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26 maggio 2019

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