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Pastorale
della consolazione

· L’impegno della Chiesa in Messico con le vittime della violenza ·

«Cerchiamo, in un contesto di violenza, di metterci al servizio delle vittime e delle loro famiglie attraverso la “pastorale della consolazione” e i centri di ascolto, dove sono assistite e seguite da professionisti specializzati che le aiutano ad affrontare la drammatica situazione che stanno vivendo»: parole di Ramón Castro Castro, vescovo di Cuernavaca, che evidenziano la drammatica situazione dello stato messicano di Morelos, tra quelli con il più alto tasso di criminalità. Nelle statistiche dei crimini di alto impatto per ogni centomila abitanti, Morelos è stabilmente tra le prime posizioni e da tempo tra i primi dieci stati per rapimenti e produzione e spaccio di droga. A tali problemi si aggiunge la fatica per la Chiesa locale a rialzarsi dal terremoto del settembre 2017: dei 320 luoghi di culto distrutti o danneggiati solamente 189 sono stati ricostruiti, poco più della metà.

«Il susseguirsi di attività pastorali — prosegue il presule — è fondamentale per non far mai perdere la speranza alla nostra gente, far sapere loro che la Chiesa non li dimentica ma è vicina al loro dolore. Anche quest’anno abbiamo organizzato la marcia per la pace e tutti i giorni a mezzogiorno recitiamo l’Angelus invocando la concordia nei cuori delle famiglie, un lavoro dignitoso per tutti e una reale costruzione della pace nello stato di Morelos. Non dobbiamo mai rimanere indifferenti alla disperazione dei fratelli, poiché tutti i cattolici sono un corpo unico. Quello che accade alle membra, colpisce il cervello e il cuore. Affidiamoci alla preghiera per raggiungere la pace e la giustizia di cui abbiamo bisogno». L’ennesimo appello, l’ennesima esortazione di una Chiesa sempre in prima linea nel richiamare l’attenzione su una ferita che resta aperta nell’animo del Paese, sulla «macchina distruttrice della pace che non risparmia nessuno», come ha detto recentemente Cristóbal Ascencio García, vescovo di Apatzingán.

Monsignor Castro si è poi soffermato su quelli da lui considerati gli elementi che caratterizzano la violenza all’interno dello stato: impunità e corruzione. «Bande criminali si sono divise il territorio obbligando al pagamento di tangenti quasi il 75 per cento delle imprese e delle aziende di Morelos, senza trovare nessuna opposizione da parte di alcuni apparati amministrativi che hanno permesso alle organizzazioni malavitose di operare liberamente. Come i cosiddetti “colombiani”, un gruppo insediatosi da pochi anni nella nostra comunità e specializzato nel riciclaggio di denaro sporco. Prestano denaro ai poveri e ai bisognosi con alti tassi di interesse e quando le persone non pagano i loro debiti, li picchiano o li uccidono».

Un microcosmo di criminalità che rispecchia il macrocosmo di crudeltà sparse su tutto il territorio messicano davanti al quale la Chiesa non è indietreggiata. L’Osservatorio nazionale della Conferenza episcopale messicana (Cem) ha reso noto che sono venti i centri per la promozione e difesa dei diritti umani (religiosi, parrocchiali e diocesani) che operano negli Stati di México, Coahuila, Chiapas, Chihuahua, Oaxaca, Sonora, Tamaulipas, Tabasco, Tlaxcala e Quintana Roo. Essi fanno parte delle oltre duemila opere sociali della Chiesa cattolica in Messico che includono, tra gli altri, 35 centri di ascolto e accoglienza per le vittime della violenza, 119 case per migranti, 34 istituti per bambini e donne che vivono in situazioni di strada, otto centri di attenzione ai parenti delle persone scomparse, 97 gruppi di impegno verso i detenuti e le carceri. «Migliaia di laici, religiosi, religiose e sacerdoti collaborano quotidianamente affinché questa grande opera sociale della Chiesa diventi amore e giustizia in azione», ha dichiarato Alfonso Miranda Guardiola, vescovo ausiliare di Monterrey e segretario generale della Cem, in occasione della presentazione alla Camera dei deputati messicani dell’agenda dei diritti umani della Chiesa in Messico.

Nei progetti del microcrimine rientra anche il reclutamento di giovani in cerca di lavoro. «Il più delle volte — ha spiegato monsignor Castro all’agenzia Fides — sono costretti ad accettare per poter sopravvivere, vivendo sempre sotto la minaccia di essere uccisi insieme alle loro famiglie in caso di rifiuto degli ordini impartiti». Il plagio, la tortura psicologica, l’uso della forza sono le altre armi con cui queste bande fanno valere la propria legge su gran parte del territorio messicano. «Il crimine organizzato, infatti, sta diventando un vero e proprio cancro in tutto lo stato», afferma il presule che ricorda come alcune settimane fa «nella piazza principale della città, conosciuta come Zócalo, due uomini d’affari sono stati assassinati in pieno giorno e vicino al nostro seminario sono state uccise tre persone: tutte accomunate dal fatto di essersi rifiutate di pagare tangenti».

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