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Passare dall’io al noi

· «Don Ciotti», ultimo uscito nella collana “Semplicemente eroi” ·

«Stava lì la chiave per capire gli altri: stava nella capacità di ascoltare andando oltre le apparenze, oltre tutti i preconcetti e i pregiudizi annidati a fondo nel cuore della gente». Lo capisce da bambino, Luigi. E se tanti bambini hanno delle grandi intuizioni, solo alcuni riescono però a costruirci la propria vocazione. Uno di questi è proprio lui, protagonista di Don Ciotti, un’anima libera (Trieste, Einaudi Ragazzi, 2019, pagine 144, euro 10), ultimo nato dell’importante collana per ragazzi “Semplicemente eroi”.

Una collana importante perché, ormai da due anni, dà voce a donne, uomini e gruppi – italiani e non, noti e non — accomunati da un serio impegno civile. Persone che, in silenzio e concretamente, non sono restate a guardare davanti a povertà, violenza e soprusi (contro gli uomini o la natura), ma hanno agito, mossi da un variamente declinato senso di giustizia. Un impegno molto spesso coltivato inconsapevolmente sin da bambini, anche perché — come insegna tra gli altri il Roberto Mancini nella Terra dei fuochi (2018) di Igor De Amicis e Paola Luciani (della stessa collana) — le scelte fatte da piccoli segnano nel profondo gli adulti che diventeremo.

Ad aprire la collana sono stati, nel 2017, Casa Lampedusa di Antonio Ferrara e lo splendido Le Olimpiadi del coraggio di Paola Capriolo. Dando voce a un’intera comunità che ha scelto di non restare a guardare, il primo presentava tra gli altri coprotagonisti Khalid, un uomo a tratti scostante (anche se, si scoprirà, per giuste ragioni sacrosante), quasi antipatico. Una scelta che rivelava da subito la volontà della collana di non creare santini, ma di raccontare piccoli e grandi molto umani, e per questo molto eroi. Con Le Olimpiadi del coraggio — che narra i risvolti di una vicenda nota a grandi linee (il celebre gesto dei tre atleti, due neri e un bianco, sul podio dei duecento metri piani a Città del Messico il 16 ottobre 1968) — “Semplicemente eroi” metteva invece in campo le dure, durissime conseguenze di una scelta giusta, ma tragica per chi la compie. Perché se dopo di allora per i protagonisti della storia raccontata da Capriolo è stato letteralmente impossibile vivere un’esistenza placida e tranquilla, si tratta molto spesso del destino di chi agisce non per tornaconto personale. Poi ci sono stati, nel 2018, Peppino Impastato una voce libera e Basaglia re dei matti, entrambi di Davide Morosinotto, Khalifa, un immigrato da medaglia di Nicastro e I maestri di strada di Vichi De Marchi, solo per citarne alcuni.

L’ultimo arrivato è la storia di don Ciotti raccontata da Luca Azzolini. La narrazione si alterna tra la Torino di ieri e la Trapani di oggi, tra il piccolo Luigi che è il bambino «cattivo» ed Emanuele, detto Neno, il ragazzo più bravo del mondo. A fare da trait d’union Iuccia, la sorellina di quest’ultimo, che per salvare l’amato fratello, vittima di una pericolosa e repentina metamorfosi, incrocerà Luigi, divenuto ormai il fondatore dell’associazione Libera. Sullo sfondo, l’arte di etichettare gli individui — piccoli o grandi che siano — senza capirli, soprattutto senza farsi domande. Così, grazie ad Azzolini, scopriamo che prima di diventare il don Ciotti che conosciamo noi oggi — l’uomo che ha scelto di «lasciarsi divorare dai poveri» — Luigi è stato un bambino rabbioso verso una città ostile; un ragazzino che usciva di notte per raggiungere vagabondi e senza fissa dimora; un seminarista insofferente delle regole perché sentiva la sua vocazione spingerlo altrove. Tutti passaggi, questi, indotti dalla certezza di dover fare qualcosa per aiutare gli altri, e in particolare gli ultimi, i diversi, le vittime indifese; «quelli che da sempre erano guardati con ostilità e sospetto da chi non riusciva a vedere che il male — quello vero — stava invece altrove». Tutti passaggi che l’hanno reso quel sacerdote in pullover scuro che ormai da anni si rifiuta di credere che violenze, mafie e soprusi possano avere l’ultima parola.

Tra tanti tasselli, però, il vero insegnamento che don Ciotti lancia è quello di procedere insieme. Di passare dall’io al noi, scoprendone la forza travolgente (quella forza che lo farà imbattere, letteralmente, nella piccola Iuccia in una scuola di Trapani). «La memoria — iniziò col dire don Luigi — deve farsi impegno. Le persone uccise non sono morte per essere ricordate (…). Sono morte nella speranza che altri, insieme a loro e dopo di loro, condividessero le stesse speranza di giustizia e s’impegnassero a realizzarle (…). Ecco, quegli altri siamo noi».

di Silvia Gusmano

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12 dicembre 2019

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