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Partita a scacchi

· Due romanzi sulla complessità e imprevedibilità dei rapporti umani ·

La sorpresa è che da una manciata di personaggi esce una assai fitta combinazione di rapporti umani: tra coniugali, familiari e sentimentali. È ciò che accade nel libro del danese Jens Christian Grøndhal, Spesso sono felice (Milano, Feltrinelli, 2017, pagine 102, euro 12) quando sappiamo che Anna è moglie di Georg, ma è morta; che Georg si risposa con Ellinor, la migliore amica di Anna; che Ellinor era sposata a Henning (morto pure lui sotto una slavina assieme ad Anna), ma intanto era l’amante di Georg, nel frattempo pure lui scomparso, che con Anna aveva avuto due figli, Morten e Stefan, accuditi da Ellinor come se fossero sangue suo. Di fronte al lettore Ellinor è quel che si dice l’io narrante del libro (ma meglio sarebbe definirla l’io mittente, perché è lei l’autrice della lunga lettera, che poi è il romanzo stesso, scritta ad Anna quando ormai non c’è più). La missiva, che struttura il libro, ha un ruolo centrale: infatti, una volta chiariti gli intrecci esistenziali dei protagonisti, essa si fa apprezzare per la lucidità, eleganza e sagacia tattica con la quale porge la delicata prospettiva degli affetti in gioco. 

Una scena dal film «Il settimo sigillo» di Ingmar Bergman (1957)

La storia è impostata su una scacchiera dove, più che eliminarsi, gli elementi si scambiano di posto e la partita continua, con abili stacchi temporali, illustrando situazioni nuove ed emergenze di varia portata. E c’è anche il ricordo dei genitori di Ellinor e della sua vita prima di entrare nel cerchio dei rapporti Anna-Georg-Henning. Pur rassegnando momenti di vita e stati d’animo in variabile rapporto tra loro (oltre alle convivenze e agli incontri si alternano sottigliezze psicologiche tra memorie, infedeltà, doppiezze e dissimulazioni) il racconto non ci dà una vera e propria trama, piuttosto un seguito di quadri, per altro abbastanza mossi per essere obbligati alla sequenza epistolare.
Come le riflessioni sulle donne, per esempio, che non esercitano a dovere l’autostima, non si lamentano delle conseguenze del peccato originale, sono le regine delle emozioni e di certe dolorose ma magnanime condiscendenze. Come i tentativi di cancellare il lutto con il ragionamento o come lungo alcuni tratti di fiabesca leggerezza quando certi istanti di vita si ramificano in inattesi ricordi.
Di circostanze vedovili tratta anche lo statunitense Kent Haruf, scomparso tre anni fa, nel romanzo postumo Le nostre anime di notte (Milano, EnneEnne, 2017, pagine 171, euro 17) che sembra proporsi anch’esso su scacchiera quasi immobile (Holt, luogo di fantasia) raccontato per impercettibili fruscii da caleidoscopio. Addie Moore è la vedova di Carl, è la madre di Gene (che vive lontano e pressoché separato da sua moglie) e di Connie (morta giovinetta), ed è la nonna di Jamie, malinconico ragazzino di sei anni; Louis Waters è vedovo di Diane e padre di Holly (trasferita per lavoro in altra città).
Non c’è altro se non qualche fugace comparsa e il racconto si compone attorno al rapido accordo tra i due anziani vissuti ormai in lunga solitudine, di condividere le notti nello stesso letto, ma puramente e semplicemente tenendosi per mano e scambiandosi fatti, ricordi, pareri e pensieri della giornata o della vita, veri o immaginari, personali o di chiunque. Dopo un breve periodo, chiamiamolo così, di tirocinio, l’intesa funziona a meraviglia e senza alcuna complicazione, tanto più che, ospite dei due estemporanei e maturi amici, disturbato dalle continue liti tra papà e mamma, viene collocato il nipotino Jamie, una sistemazione a tutto dire letterale, perché finisce nel lettone tra la nonna e il nonno diciamo così adottivo.
Chiaro che la cosa non passa inosservata in un ambiente dove non si concepisce l’intimità illibata dei due attempati confidenti, l’affetto disinteressato, l’effusione senza colpa. Persino il figlio di lei, Gene, nonostante il suo dissesto familiare, fa la sua moralizzante incursione a riprendersi il piccolo Jamie, che i “nonni” avevano anche gratificato di una terapeutica compagnia, una cagnetta lei pure disadattata e amorosa. Ma i protagonisti della vicenda resistono, almeno sino in vista del finale del libro, che però lascio al lettore.
Ma non è tanto l’invenzione, sia pure singolare, di una simile trama, a destare interesse, quanto la delicatezza dello strano rapporto fra constatazioni, dubbi e pretese: dove, insomma, tutto è male per chi vede il male dappertutto. Dove il dettato scorre mite, composto, confidenziale, con imperterrita pulizia d’intenti e di sentimenti.

di Claudio Toscani

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22 agosto 2019

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