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Partita a scacchi

· Divisioni e incognite nel cammino dei repubblicani e dei democratici verso la Casa Bianca ·

La corsa per la Casa Bianca si fa sempre più complessa. Ma un dato è inequivocabile: stando ai numeri, non c’è un candidato forte che possa già parlare di nomination. Lo hanno dimostrato le primarie e i caucus tenutisi in Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine, Nebraska e Porto Rico. I nomi che da settimane dominano i sondaggi, Hillary Clinton e Donald Trump, devono infatti fare i conti con due grosse incognite.

Manifestazione elettorale democratica in Michigan (Afp)

Sull’ex first lady pesa il cosiddetto mailgate: l’indagine sul suo uso, quando era segretario di Stato, di un account di posta elettronica privata per mandare e ricevere messaggi, sul quale l’Fbi sta investigando. Un’incriminazione sarebbe un colpo durissimo per Clinton e per l’ala liberale dei democratici che la sostiene. Questa ipotesi sta dando sempre più slancio al rivale, il senatore del Vermont, Bernie Sanders, che infatti ha vinto in Kentucky e Nebraska. Il divario nella conta dei delegati resta ampio: Clinton può contare al momento su 1.130 delegati contro i 499 di Sanders. Dalla sua parte Clinton ha l’elettorato afroamericano, che la considera il vero erede di Barack Obama, come ha dimostrato la vittoria in South Carolina con un margine vicino al 50 per cento e un grande sostegno anche da parte dei giovani sotto i trent’anni. Molto diverso il quadro repubblicano. Trump deve sconfiggere un rivale temibile: l’establishment del partito, che lo critica e che lui stesso ha più volte attaccato in campagna. A ciò si lega un altro aspetto determinante, che potrebbe andare a favore di Clinton: l’elettorato del Grand Old Party ha subito una profonda trasformazione. La percentuale dei bianchi fra gli elettori statunitensi è radicalmente crollata negli ultimi anni: dall’89 al 74 per cento. È invece aumentato il peso dei latinos, degli afroamericani, degli asiatici e di altri gruppi etnici tradizionalmente democratici e pro-Clinton. E come dimostrano diversi studi, la storica coalizione tra i conservatori sudisti e gli ex democratici liberal del nord — quella coalizione che ha sostenuto i repubblicani nell’epoca d’oro degli anni di Reagan e di Bush — non esiste più o quanto meno non può più essere considerata la base su cui andare alla Casa Bianca. A fronte di questo stato di cose, il partito appare sempre più dilaniato dalle lotte intestine, con l’emergere del Tea Party cui appartiene il principale antagonista di Trump, Ted Cruz (300 delegati contro i 384 del tycoon), che ha vinto di recente i caucus in Kansas e in Maine. Ma anche Cruz non appare a molti analisti un candidato credibile. E nemmeno Marco Rubio, senatore del Texas, che finora ha vinto soltanto in Porto Rico.

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18 marzo 2019

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