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Parroco sull’orlo di una crisi di nervi

· In un romanzo di Jean Mercier ·

All’inizio del breve romanzo il registro è decisamente comico: «“È troppo, adesso basta!”. Le parole son venute fuori in un gridolino strozzato. Don Benjamin Bucquoy alza gli occhi dalla Bibbia. Di fronte a lui, il volto di Brigitte Charbonnier scoppia in un pianto dirotto. Lui sa già di che cosa si tratta. “Signor curato, non si può più andare avanti così. Guillemette mi ha combinato un’altra porcheria. Pensi che ha portato via un mazzo di rose che avevo messo da parte per la Madonna! Lo ha adoperato per santa Teresa! Non ce la faccio più. Basta! Do le dimissioni”. Brigitte sprofonda sulla sedia, singhiozzando e tirando su col naso». Ma alle beghe logoranti tra le pie donne della piccola parrocchia di un paesino francese si aggiungono le incomprensioni con il vescovo una volta amico, l’ostilità di cattolici identitari e, sul fronte opposto, le critiche di quelli postconciliari, una contestazione volgare e, goccia che fa traboccare il vaso, la cocente delusione per la mancata nomina all’agognata cattedra di Sacra Scrittura in seminario. E allora don Benjamin decide di sparire, murandosi in una baracca nascosta nel giardino della parrocchia.

Illustrazione di Margherita Travaglia  (dalla copertina del libro)

A questo punto l’incalzante romanzo di Jean Mercier (Il signor parroco ha dato di matto , Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017, pagine 144, euro 14), che davvero si legge d’un fiato, entra nel vivo e si trasforma, finendo per assomigliare alla vita esemplare di un anacoreta della tarda antichità. Il nascondiglio infatti viene presto scoperto e il prete in crisi, ma che crede ed è convinto dell’importanza della confessione come segno della misericordia di Dio, tocca finalmente il cuore dei parrocchiani e di una folla crescente che giunge da ogni parte della Francia per confidarsi e confessarsi con lui, creando un fenomeno mediatico internazionale. La trama, costruita con mano sicura e tratti riuscitissimi, prende velocità grazie a un umorismo elegante e a una serie di colpi di scena che non vanno rivelati, fino alla conclusione inattesa. Divenuto in pochi mesi un vero caso letterario in Francia con oltre cinquantamila copie vendute, il libro è l’esordio letterario felicissimo del redattore capo aggiunto a «La Vie», conoscitore come pochi del cattolicesimo contemporaneo.
Riflessione lieve e profonda sulla crisi del prete, il racconto di Mercier offre l’occasione di un esame più vasto, come riconosce il vescovo del prete protagonista del romanzo dicendo al consiglio permanente della conferenza episcopale che al clero oggi si chiede moltissimo: «Ma la realtà è che non ce la facciamo. Sarebbe ora di avere il coraggio di ammetterlo, invece di continuare a rattoppare. Smettiamola di credere che possiamo fare tutto. Bisogna ripensare ogni ruolo in funzione dei talenti e dei carismi dei nostri preti, pena il vederli crollare tutti quanti». Un’affermazione che prelude allo scioglimento finale del romanzo, un libro che s’interroga sul significato dell’essere cristiani oggi, in una Francia secolarizzata ma in definitiva non dimentica della sua storia. Per concludersi sul senso dell’humour di Dio, al quale «piace prendere i profeti in parola, mettere i visionari con le spalle al muro, sloggiare i santi dalle loro nicchie» come dice a don Benjamin il suo vecchio direttore spirituale. (g.m.v.)

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24 maggio 2019

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