Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Parresia di un teologo scomodo

· Le memorie di Louis Bouyer ·

Aveva un genio particolare per i titoli Louis Bouyer (1913-2004), pastore protestante divenuto cattolico nel 1939 e sacerdote (1944), in quella congregazione dell’Oratorio introdotta in Francia da Pierre de Bérulle e restaurata da Alphonse Gratry. Un gusto evidente nelle sue opere teologiche più celebri, le due «trilogie dogmatiche», quella «economica», sul disegno di salvezza, dalla creazione alla redenzione (Le Trône de la Sagesse, 1957; L’Église de Dieu, 1970; Cosmos, 1982) e quella più propriamente «teologica», sulle tre persone della Trinità (Le Fils éternel, 1974; Le Père invisible, 1976; Le Consolateur, 1980), ma anche nelle opere letterarie pubblicate con gli pseudonimi di Jean Thovenot, Guy Chardin, Louis Lambert e Prospero Catella (Alceste, 1941; Les Eaux-belles, 1959; Prélude à l’Apocalypse ou les derniers chevaliers de l’Apocalypse, 1985; Les Hespérides, 1985). 

Semplice, quasi spoglio è invece il titolo delle sue memorie redatte negli anni Ottanta del secolo scorso e ora pubblicate e puntualmente annotate dal suo exécuteur littéraire Jean Duchesne (Louis Bouyer, Mémoires, postface et notes de Jean Duchesne, Paris, Les Éditions du Seuil, 2014, pagine 330). Ma il contenuto è fra i più avvincenti, davvero quasi un romanzo. La scelta di divenire prete nella singolare congregazione voluta da quel paradossale santo che fu Filippo Neri — semplici preti che vivono in comune, a metà strada fra vita canonicale e vita religiosa — fu certo favorita dalla lunga consuetudine di Bouyer con i Padri della Chiesa e con John Henry Newman ma, più in profondità, fu una trasparente opzione per la tradizione ecclesiale tout court, quella della bimillenaria Grande Chiesa, senza asfittici particolarismi di scuole e Ordini. A questa scelta Bouyer rimase sempre fedele contribuendo come pochi al ressourcement, il ritorno alle fonti della Bibbia, dei Padri, della liturgia.

Docente (sino al 1963) di storia della spiritualità all’Institut Catholique di Parigi, coltivò in modo particolare i rapporti col mondo anglofono (anglicano, protestante e cattolico), fra Inghilterra e Stati Uniti (ove fu molto legato all’università di Notre Dame, nell’Indiana, e negli ultimi anni a San Francisco). Lui, così inguaribilmente scettico sui frutti dei lavori delle commissioni, fu chiamato a partecipare al Vaticano ii nella commissione preparatoria per gli studi e poi all’applicazione della riforma liturgica. Membro (1969, 1974) della Commissione Teologica Internazionale, tra i fondatori della rivista Communio (1972), fece anche parte (1979) della commissione mista per il dialogo teologico fra cattolici e ortodossi. Conservando sempre, nei diversi incarichi, un’autonomia di valutazioni che lo rese talvolta un personaggio scomodo ma che ha radice nella parrèsia neotestamentaria.

Nelle sue pagine colpiscono la libertà e la lucidità dei giudizi — talvolta taglienti — la mancanza di falsi riguardi, il ripudio di reticenze ed eufemismi, ma anche l’humour che le pervade preservandole dall’amarezza e dallo sconforto. Tutti coloro che hanno avuto una parte nella ricerca teologica, ecumenica, spirituale del secolo scorso compaiono, con ritratti più o meno brevi, notazioni e pennellate sempre efficaci e incisive: dai benedettini Lambert Beauduin e Bernard Botte ai gesuiti Léonce de Grandmaison, Jules Lebreton e Yves de Montcheuil, ai domenicani Christophe-Jean Dumont — per quasi mezzo secolo direttore del centro ecumenico Istina, fondato dal suo Ordine per promuovere gli studi russi e gli incontri col mondo slavo — Pie Duployé e Aimon-Marie Roguet e al Centre de pastorale liturgique, sino ai più noti nouveaux théologiens poi divenuti figure di spicco della Chiesa post-conciliare (Congar, Daniélou, de Lubac, ma anche von Balthasar e Ratzinger, mentre mai viene ricordato Chenu). Un viaggio dunque nel Novecento teologico e conciliare — e nel genus irritabile dei teologi — nei movimenti biblico, ecumenico e liturgico che lo hanno attraversato e fecondato, ma anche nella letteratura alla quale Bouyer si mostrò sempre attentissimo (da Péguy a Huysmans, da Eliot a Tolkien, da Green a Goudge).

Al termine del volume si comprende meglio quest’uomo singolare, a tratti forse difficile, di grande e sottile intelligenza, «il meno conformista e il più tradizionale» dei teologi cattolici contemporanei, come un giorno ebbe a definirlo il cardinale Jean-Marie Lustiger.

di Paolo Vian

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE