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Parole scolpite

· La poesia di padre Agostino Venanzio Reali ·

L’interesse per il percorso artistico di Agostino Venanzio Reali (Montetiffi, Sogliano al Rubicone 1931 – Bologna 1994), biblista, teologo, poeta, pittore e scultore, continua a emergere da parte di pubblico e critica, avvinti da una voce, stilisticamente chiara e nitida, in grado di discernere il mistero nell’infinita trama del finito. A 25 anni dalla sua morte, l’Associazione culturale Agostino Venanzio Reali, in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Sogliano al Rubicone, ha ricordato il frate francescano nella sua amata Montetiffi, con una serie di eventi e la partecipazione di artisti, critici, saggisti e poeti.

Padre Agostino Venanzio Reali

Sacerdote francescano, appartenente all’Ordine dei frati cappuccini, Reali, fin dalla più tenera età si rivelò essere appassionato di arte e poesia; nel corso della sua vita, portò avanti, con costanza, e in ombra, una ricchissima produzione poetica e figurativa, parallelamente all’attività scolastica e pastorale.

Il suo era un lavoro artistico “notturno”, di cui, a causa di un estremo riserbo, solo pochi amici erano a conoscenza: solo dopo la morte si è potuto prendere atto della qualità e della mole di tale produzione, capace di suscitare un immediato interesse in ambito accademico, soprattutto grazie allo studio di Anna Maria Tamburini, attualmente tra i più grandi esperti e promotori dell’opera realiana.

Nato a Montetiffi, un piccolo paese dell’Appennino emiliano-romagnolo, da un’umile famiglia di contadini, Reali entrò undicenne in seminario, per essere ordinato sacerdote a 26 anni, a Bologna. Conseguì a Roma la licenza in Teologia presso l’Università Gregoriana e quella in Scienze bibliche presso il Pontificio Istituto Biblico: fu in questo periodo romano che conobbe e frequentò diverse personalità del mondo letterario e artistico come Cardarelli, Govoni, Ungaretti, Pasolini, Betocchi, Guttuso, Giorgio Caproni, il quale lesse in radio la poesia intitolata Primaneve.

Lo sguardo poetico di Reali è rivolto alla realtà, alla natura, alla vita quotidiana: i movimenti della trascendenza sono colti dell’ordinario, nel consueto, in ciò che è umile. Il suo è uno sguardo visionario, nel senso che si rivela capace di guardare con occhi nuovi le cose abituali che ha di fronte: cose che sembrano essere mute, ferme, in attesa di rivelarsi. Tutte le verità attendono in tutte le cose (“All truths wait in all things”), scriveva Walt Whitman nella sua celebre raccolta Foglie d’erba: le cose non affrettano né ostacolano la manifestazione della loro verità, ma rimangono al loro posto, attendono di essere viste, ascoltate, contemplate.

L’arte di Reali nasce dalle fratture tra realtà e verità, come nella poesia, Chiese in cui le case di Dio sono descritte come «consunte madri / pazienti nei vicoli, / ferme vele sui clivi / la croce rugginosa / intarsiata nel sereno / a colloquio col vento / calato dai monti». Le chiese rimandano a pazienti figure di madri, consunte da un amore sommesso, ma oblato, verso il proprio figlio: ne aspettano il ritorno, non in grandi spazi, ma in umili vicoli, con croci rugginose, ma ben visibili in un sereno senza ombre; sono chiese la cui modestia non impedisce di “parlare con il vento”, dunque con uno Spirito, di cui si fanno “ferme vele”, in un paesaggio mosso, formato da “clivi”.

Un minimalismo stilistico, quello di Reali, che affronta però i grandi temi del vivere e morire, della fede, della ricerca di senso, dell’amore: non è un caso che sua opera prima sia stata di poesia, un’appassionata trasposizione poetica dall’ebraico del Cantico dei Cantici. I suoi versi percepiscono l’amore divino, ma ne cantano l’assenza: nascono per divisione, ma tendono affannosamente all’uno, presentando un’alternanza continua tra abbandono e resistenza a Dio: un pendolo che ricorda la spiritualità sottesa alla scrittura di una grande scrittrice americana, la cattolicissima Flannery O’Connor, i cui personaggi resistono, a volte fino all’annientamento fisico, ad abbandonarsi all’amore di un Dio che li chiama. Anche Reali descrive le conseguenze disastrose della chiusura al divino, come nella poesia Fra gli ulivi del Subasio, che si apre con l’immagine di un uomo in fuga da se stesso, in preda alla confusione: «M’incalzavano gli occhi divini /che tentavo eludere / nella fuga del vento».

Eppure il riscatto non si fa attendere e i versi danno voce a un’oscillazione emotiva, a una lotta interiore tra fede e non fede, tra affidamento e scetticismo, fino a quando il cuore del poeta si scopre suo malgrado essere permeabile alla chiamata del Signore, come le rocce delle grotte del Subasio, dove si era rifugiato proprio per schivarne la voce e la presenza.

Da qui il bisogno di armonia e riconciliazione: la percezione di una possibilità nuova a cui andare incontro a braccia aperte, senza diffidenza. Un affidamento a lungo cercato che permette al poeta, nella poesia Allora questa pace di abbandonare gli sterili dubbi di un cinico pensiero raziocinante e credere, oramai senza infingimenti, che «avrò pace coi fiori, l’avrò con gli uccelli, / con gli uomini, con me stesso, con Dio».

di Elena Buia Rutt

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07 dicembre 2019

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