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​Parole
scivolose

· La forza corrosiva della maldicenza e dei pettegolezzi ·

Cominciamo dalle parole, dal loro uso. Cominciamo dai fondamentali: pensare prima di parlare, pesare ciò che si dice — come lo si dice e perché — sulla bilancia della verità e della carità; facendo del rispetto per il prossimo (e per sé) la bussola di riferimento. Un esercizio semplice, eppure inusuale e scomodo, perciò sempre meno diffuso; scavalcato dalla consuetudine di parlare senza limite alcuno di tutto e di tutti. Con le parole (pronunciate, scritte o espresse attraverso gesti) si comunica. Attraverso il linguaggio si cementa e costruisce una relazione. Si edifica o si distrugge. L’uso della parola, dunque, fa la differenza.

Norman Rockwell, «The Gossips» (1948, particolare)

Ed è questa differenza a prendere forma quando la parola si fa — scivolosa, insinuante e viscida — pettegolezzo. Allora prende il via una catena che restringe e distorce significati, che piega la realtà e riduce le persone all’angolo di inclinazione del proprio occhio per farne una caricatura, spesso da bersagliare e svilire. È da questo angolo che siamo chiamati a uscire, vittime e carnefici di una guerra combattuta a colpi di post e like sui social e a colpi di malelingue nei contesti in cui ci troviamo. A suggerirci alcune strade da intraprendere sulla via per la liberazione è un libro recente che in sette capitoli analizza le cause e gli effetti di un uso superficiale, e cattivo, delle parole: Il pettegolezzo. Tra malizia e superficialità (Edizioni Paoline, 2019, 115, euro 10).

L’autore, don Leoluca Pasqua, vicario episcopale dell’arcidiocesi di Palermo, incentra il testo sulla necessità di dare nuova dignità alla parola, perché «le nostre parole rivelano spesso il nostro vuoto interiore», scrive padre Jacques Philippe nella prefazione. E riflettono più i vizi che le virtù. «La parola umana è molto spesso deviata dal suo senso originale. Anziché edificare, distrugge. Anziché creare comunione, divide. Anziché benedire, maledice. Anziché essere ricca di senso, è profondamente vuota. Anziché mostrare la verità distribuisce la menzogna», osserva padre Philippe.

Ripensare la scelta e l'uso delle parole significa, dunque, ripensare noi stessi: rimettere in gioco la nostra codificata e consolidata visione del mondo; ridimensionare il nostro Io; farsi piccoli e umili di cuore a scapito della superbia e della prosopopea. Ecco allora che la proposta di una reale ascesi della parola diventa un esercizio pratico da assimilare attraverso gli strumenti di analisi suggeriti nel testo. Il libro è suddiviso in sette capitoli e si conclude con un’antologia di brani scelti sul tema (tra gli autori Agostino d’Ippona, Teresa d’Avila, Francesco di Sales, Dietrich Bonhoeffer, Papa Francesco).

Conoscere le cause del pettegolezzo per adottare strategie virtuose di contrasto: cosa ci spinge a «parlar male di»? Quale gusto proviamo nell’adombrare qualcuno o qualcosa? L’invidia, la ricerca del consenso, il rancore, la tentazione ci solleticano di continuo. Perfino l’abitudine, la solitudine e il tedio fanno la loro parte, perché «attorno al pettegolezzo si creano legami, consensi, complicità; si costruiscono alleanze e stili di vita che favoriscono quella coesione sociale più volte sottolineata dalle scienze umane».

Legami facili e superficiali, consensi volatili, alleanze di comodo: tutto con il minimo sforzo, perché fare diversamente costa fatica. «Mantenere alto il livello della comunicazione, conservando il giusto riserbo sulle questioni che riguardano la vita privata degli altri» richiede un impegno che il più delle volte non abbiamo voglia di prenderci. Pigri e dolenti, sempre pronti alle lamentazioni con il dito puntato a indicare la pagliuzza, come fosse davvero una trave, nell’occhio altrui. «Ogni pettegolezzo è un attentato alla comunità. Il parlare male dell’altro vanifica il cammino di fede in quanto contravviene al comandamento dell’amore verso il prossimo, verso il quale dobbiamo mostrare sentimenti di carità, di stima, di affabilità, fino al perdono incondizionato dei nemici e dei persecutori, ci ricorda l’autore del libro.

Un monito che nulla ha a che vedere con censure più o meno volontarie o atteggiamenti passivi, remissivi o di ostentata bontà. Dare peso alle parole non equivale a limitare alcuna capacità di critica e giudizio; né omissioni, né ciarle, piuttosto «si tratta di rieducarsi al saper parlare bene: una terapia per guarire la parola malata e per custodire e qualificare le relazioni». Sono «le persone più benevole e positive nel loro linguaggio a guadagnare la fiducia degli altri» e questa fiducia è una ricchezza che non va sprecata, ma condivisa.

Ad aiutarci in questo compito c’è la prudenza (sapiente) che «permette di distinguere tra le cose che vorremmo dire e fare, quelle che portano al bene e quelle che portano al male, ciò che è secondo lo Spirito di Dio e quello che è contrario»; c’è il silenzio, un’importante arma per depotenziare il pettegolezzo; e ci sono le strategie virtuose di contrasto: essere pazienti, sdrammatizzare, bene-dire «come capacità di dire e fare cose belle e buone per l’altro». Una capacità, sottolinea Pasqua, che «costituisce una straordinaria sfida per la società odierna ma soprattutto per la Chiesa chiamata a manifestare l’amore di Dio attraverso segni concreti che la rendano sempre più credibile. Benedirsi reciprocamente diventa il criterio per valutare la maturità di una comunità cristiana che ha incarnato il messaggio evangelico della carità».

Questo, dunque, l’impegno che coinvolge ciascuno di noi; sia che si faccia informazione, usando le parole per mestiere con il dovere di “servire la verità”, sia che si parli con chiunque di chiunque altro: amico, nemico, vicino o lontano. Imparare a pronunciare, in ogni contesto, parole sane, genuine, scevre da ogni forma di inganno; cominciare da qui, dal linguaggio a cambiare il mondo che abitiamo approfittando al meglio del tempo che ci è dato, per poi scoprirci, magari, persone migliori.

di Tullia Fabiani

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14 dicembre 2019

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