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Parole
nate dal canto

· María Zambrano e la riflessione sul Lògos ·

Chi ha da sempre prestato orecchio alla storia occidentale sa che essa è nata dal canto; e chi ha da sempre letto tra le sue righe, sa che il canto ha trovato la sua forma nella storia. Ci si può chiedere a che cosa sia pervenuta tale narrazione, che sentiero abbia seguito (e non stiamo parlando della pluridirezionale letteratura, ma della certa e verticale filosofia). Perché una cosa è sicura: la rigorosa, rapsodica narrazione filosofica ha avuto al centro la riflessione sull’Essere da sistematizzare in un discorso unitario, ragionato — e unicamente per questo, vero. E ha da sempre indirizzato la strada dell’occidentale sapere; l’Essere come «animo inconcusso di ben rotonda verità» del frammento 1 di Parmenide.

María Zambrano

Qui il bastone dei filosofi si è piantato e ha circoscritto il territorio con la sua severa sentenza, violentemente obbligando il molteplice del reale a una unità razionale. Capita a volte di interrogarsi su come sarebbe effettivamente andato il corso delle cose se fosse stato guidato dalle parole umili, semplici, luminose di chi per essa non ha mai proferito parola: la voce delle donne. Porre la questione su un piano di contenuti non serve. Stiamo parlando di intenzione, di stile. E di grazia. Se una voce si è levata con grazia a commentare la storia, è stata certamente quella della filosofa spagnola María Zambrano.

Nasce a Velez-Malaga nel 1904: il padre è amico di Antonio Machado, incontro per lei di importanza fondamentale. Allieva di Ortega y Gasset, si laurea a Madrid e consegue la tesi di dottorato su La salvezza dell’individuo in Spinoza.

A partire dal 1937, dopo il viaggio di ritorno dal Cile, sperimenta la dura vita dell’esilio dalla sua Andalusia — la terra del grido e della tragedia, delle comunità zingare e di Seneca — dopo la vittoria dei franchisti: vagherà pellegrina in Europa quasi fino alla fine dei suoi giorni, soggiornando anche a Roma. Nella città eterna farà conoscenza con Cristina Campo – “stranamente saggia” anche lei, autrice «che ha scritto poco, a cui piacerebbe aver scritto meno», e per questo, troppo poco letta.

Il felice e intimo incontro tra filosofia, poesia e spiritualità è diventato realtà nel suo pensiero, apparentemente e volutamente disomogeneo e straniante. Al centro di esso, un’unica convinzione: che il sapere consista in un fondamentale “sentire” viscerale e che l’unico lògos possibile non sia più quello sistematico e sistematizzatore ma quello embrionale, sotterraneo, nascosto, che fa appello a logiche “altre”. Di qui, la necessità ineludibile di connettere la filosofia, che ha tentato di sottrarsi al mondo dell’immediatezza con uno “strappo troppo brusco”, al linguaggio poetico, che al contrario non può staccarsi dall’immediatezza, non può decidere tra la meraviglia dell’essere o dell’apparire, perché vuole tutta la meraviglia possibile.

Il saggio del 1939 Filosofia e Poesia spiega con una chiarezza disarmante come i due linguaggi si siano inseguiti nel corso della storia fino a essere ricongiunti nella comune chiamata alla bellezza (davvero salvezza del mondo) diventando così verace racconto dell’esperienza umana, sia nella sua dimensione terrena che nel suo anelito ad Altro.

Affermava Machado: «Se un seme del pensare potesse ardere/ non nell’amante, ma nell’amore/ si potrebbe vedere la verità più profonda». Per la lirica zambraniana il pensiero come ad-tendere, proteso e ricettivo verso il reale, trova la sua figurazione nelle immagini che cantano questo motivo, l’Assenza e l’Amato: in tal senso, è centrale la riflessione sulla mistica di Giovanni della Croce, e in generale la riscoperta degli ambiti di riflessione che il razionalismo aveva bollato come inservibili.

La filosofia esplode così in tutta la sua potenza estetica, ben lontana da qualsiasi tipo di astrazione, per volgersi a un senso dell’umano concretamente inteso, una nozione di pensiero stante alle parole di Heidegger come «comprensione emotivamente situata» e vero essere nel mondo. L’interesse della Zambrano per Seneca e per la sua profonda accettazione della “difettività” della vita porta alla luce una rinnovata considerazione del sé come relazione, aperto all’amor fati, volto alla consolatio, spalancato al Volto altrui.

Un pensiero sensistico, che non vede altra alternativa e altra casa, che non si accompagna ad altra riflessione senza un immediato riferimento alle profondità della carne e alle verità intuitive. Il recupero, la risacca dei più grandi temi della narrazione umana non ha altra forma se non un controllo artistico, musicale quasi, sulla postura con cui questo pensiero si offre e che molto insegna in termini di estetica, di prospettiva. Quale punto di vista migliore può esserci infatti se non quello dell’io decentrato, chiamato al reale in tutti i suoi aspetti? Dell’io che “poeticamente abita”? Dell’io che, come fece scrivere sulla sua lapide María, vive nella chiamata dell’Altro del Cantico, Surge, amica mea, et veni?

di Marta Croppo

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12 dicembre 2019

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