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Parole  in libertà

· Il dibattito sul fine vita in Francia ·

«Fine della vita, parole in libertà». Questo è il titolo della prima pagina con il quale il quotidiano «La Croix» di domenica 16 dicembre accoglie i suoi lettori presentando  un approfondimento sul recente dibattito bioetico in Francia.

Per comprendere a fondo quanto sta avvenendo oltralpe in tema di fine vita occorre però fare un passo indietro e considerare alcuni fatti. Il primo: il 3 dicembre scorso l’Istituto nazionale di studi demografici (Ined) aveva pubblicato un rapporto, immediatamente ripreso da «Le Monde», sulle decisioni prese dai medici francesi di fronte a pazienti giunti al termine della loro vita indagate sulla base di più di cinquemila questionari ricevuti da medici generici, rianimatori o di medicina d’urgenza. In secondo luogo quest’estate il presidente della Repubblica François Hollande, già durante la campagna presidenziale mostratosi favorevole «in alcune condizioni strettamente precisate a un’assistenza medica per terminare la propria vita nella dignità», aveva istituito una missione di riflessione sulla fine della vita presieduta dal professor Didier Sicard. Quest’ultimo, dopo aver organizzato i cosiddetti «dibattiti cittadini», spazi aperti a tutti in varie città francesi ai quali hanno presenziato anche vari giornalisti di «La Croix», rimetterà martedì 18 dicembre il proprio rapporto nelle mani del presidente della Repubblica. In terzo luogo, esiste in Francia una legge tra le più avanzate in materia in tema di fine vita, la legge Leonetti del 2005, e una buona possibilità di accesso alle cure palliative anche se più o meno sviluppate nelle diverse regioni.

Fatte queste premesse e alla luce di quanto si rileva dalla lettura del rapporto Ined e da quanto riportano i quotidiani citati, è possibile affermare che né le cure palliative né la legge Leonetti sono conosciute e quindi correttamente applicate in Francia.

Questo fatto, alla luce del quale il titolo de  «La Croix» acquista tutto il suo significato, ha delle ricadute gravissime sulle scelte che potrebbero essere prese in futuro. Se infatti non vi è una corretta conoscenza del fatto, ad esempio, che le cure palliative possono controllare senza accelerare la morte del paziente sia i sintomi fisici che quelli psichici nella quasi totalità dei casi, o che di fronte a un sintomo “refrattario”, cioè incontrollabile, queste stesse cure possono proporre la sedazione farmacologica del malato giunti agli ultimi giorni od ore di vita senza affrettarne la morte, è probabile che anche i dibattiti aperti al pubblico senza qualcuno che, conoscendo davvero l’argomento, possa fornire elementi di riflessione si trasformino in elenchi di domande senza risposta corretta. Se una legge, votata nel 2005 all’unanimità dall’Assemblea nazionale, continua a essere poco conosciuta è probabile che ancora troppo pochi in Francia sappiano che un malato competente che esprima la volontà di rinunciare a un trattamento ha diritto a essere esaudito dopo che i medici avranno fatto tutto ciò che è possibile per convincerlo a utilizzare i mezzi proporzionati e lo abbiano informato correttamente delle conseguenze della sua scelta.

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