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Parola, scrittura, immagine

· Nell’opera di Fernanda Fedi ·

Negli anni il lavoro dell’artista Fernanda Fedi (Caluso, 1940) è rimasto fedele alla ricerca di una coniugazione stretta tra parola, scrittura e immagine. Le sue opere propongono antichi linguaggi e segni grafici arcaici che presenta su supporti di cui la carta è un’importante componente. Impossibile prescindere da antiche forme di comunicazione — sembra voler dire l’artista — che attinge proprio a quelle fonti, per parlare all’oggi e dell’oggi.

Fernanda Fedi, «Ecriture C2» (2006, tecnica mista su tela)

Nelle opere di Fernanda Fedi un filo misterioso, fatto di memoria, empatia e commozione, annoda antico e presente, e risulta secondario che tali elementi grafici diventino parole comprensibili e condivisibili con altri. Anzi — citando una sua frase pubblicata su un catalogo d’opere (2017) ispirate al Rongorongo, forma di scrittura usata nell’isola di Pasqua — Fedi è convinta che «la non traducibilità sia la vera fenomenologia della comunicazione». Sicuramente la scelta delle fonti e delle parole è ponderata («Amo Canetti, Pavese, Pessoa, lo scrittore egiziano Naghib Mahfuz, insignito del Nobel nel 1988» ci ha detto) ma i segni grafici diventano immagini cercando così uno stretto connubio tra la forma mentale (pensiero-parola) e la visualizzazione di tale forma nella scrittura, tra significato e significante, presentato, quest’ultimo, nella sua elegante veste grafica. Abito sontuoso che l’artista colora spesso con oro o porpora per farne emergere forza e centralità.

Il cammino dell’artista nasce da un lavoro strutturalista: nelle sue prime opere su tela e su carta compaiono linee molto razionali, incrociate e sempre aperte, in fuga. In alcuni lavori degli inizi degli anni ottanta (esposti nel 2017 in una galleria milanese) è possibile cogliere come Fedi abbia articolato e visualizzato l’a priori della sua ricerca lavorando sullo spazio bianco.

Il disegno è minimo: pochissime linee rigorose dal colore blu sezionano la carta immacolata, restituiscono essenzialità e liberano il gioco di frammenti spaziali. Il termine Space, scritto in piccolissima dimensione, emerge in rilievo come a indicare la consapevolezza dell’artista che delimita la pagina bianca consapevolmente e così promuove la ricerca estetica come atto libero e solitario.

In quelle tele e fogli appaiono porzioni di bianco solo in minima parte appannato e — in alcune opere della collezione — con ridottissime gradazioni di colore blu. Il tutto rimanda a un silenzioso chiarore interiore, a un’essenzialità amata e ricercata con cura e passione. La libera espressione nasce da queste istanze creative e proprio nei ritagli di spazio si articolano icone del pensiero che si fanno parole: “aste”, “righette” le nominerebbero i più piccoli; rette cartesiane e linee rigorose per lei. Secondo la gnoseologia moderna (Kant soprattutto) l’immaginazione precede il pensiero nella sua espressione più compiuta.

Il lavoro di Fedi mostra proprio questa stretta convivenza tra ciò che immaginiamo e ciò che poi restituiamo nel pensiero, che diventa parola e quindi scrittura. Quest’ultima, per l’artista, è materia e immagine visibile.

Forse il termine “poesia visiva” in cui molti inseriscono larga parte della sua esperienza artistica connota in misura ridotta questa ricerca. Si tratta di un dialogo tra il pensiero e l’immagine. In queste opere allora affiora il sacro inteso come parola forte, misteriosa, emozionante e capace di rivelare il sé più profondo e favorire altre parole.

La cura della parola, del libro, della scrittura e della lettura evoca inevitabilmente un volto femminile che a ciascuno di noi ha insegnato parole originarie. È anche vicina la voce di Emily Dickinson: «Non esiste vascello uguale a un libro / Per portarci in terre lontane... / È un viaggio che anche il più povero può fare / Senza timore di dover pagare, / tanto è frugale la carrozza che porta l’anima umana».

Infine una nota biografica importante: il lavoro di Fedi è strettamente congiunto a quello educativo. Laureata al Dams di Bologna e specializzata in Arte Terapia, per diversi anni è stata a fianco di bambini e adolescenti psichicamente sofferenti nei Laboratori di Libera espressione primaria di Milano. C’è una profonda sintonia tra queste esperienze educative e la forza delicata con cui ella fa emergere segni primitivi da sfrangiate pagine antiche. Parole e segni sfidano silenzi secolari o censure emotive. L’arte maieutica, che anche Socrate imparò da una donna, rimbalza nelle fragili e profonde opere di questa maestra. (antonella cattorini cattaneo)

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