Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Parola e immagini

· Il nuovo Evangeliario fiorentino ·

Il progetto dell’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, di un grande Evangeliario da usare in cattedrale e nelle chiese parrocchiali della diocesi, sin dall’inizio prevedeva una notevole componente visiva. Egli voleva, in pratica, affidare agli artisti il “commento” dei vangeli proclamati durante la messa ogni domenica e giorno di festa secondo l’ordine del ciclo triennale della Chiesa cattolica. Il cardinale voleva inoltre che gli artisti rappresentati fossero tutti fiorentini o del territorio fiorentino, e che ogni periodo dell’arte fiorentina venisse inclusa, fino al presente. E voleva soprattutto l’abbondanza delle immagini, che dovevano non solo introdurre i testi con una riproduzione grande alla pagina precedente il vangelo del giorno, laddove possibile, ma anche chiosarli con suggestivi particolari à pied de page e, nel caso di letture evangeliche lunghe (come per la Domenica delle palme e il Venerdì santo), con altre immagini sparse nel testo.

A indicazioni così chiare non era certo difficile rispondere, né scarseggiava la materia prima, dato lo sterminato patrimonio artistico fiorentino. Ciò che le direttive dell’arcivescovo hanno però evidenziato è una verità che forse neanche gli storici dell’arte hanno adeguatamente presa in considerazione: che cioè la maggior parte della produzione degli artisti fiorentini nei secoli infatti ha avuto carattere sacro, e ciò che i critici d’arte definiscono la “ispirazione” di tanti maestri che hanno operato in questa città non è altro che l’azione dello Spirito Santo all’interno della Chiesa che, di secolo in secolo, li ha chiamati, li ha formati, e poi a sua volta si è lasciata “formare” da loro: dalla bellezza che sapevano comunicare e da letture originali e profonde della fede che davano.

Commenti al lezionario attraverso le immagini non rappresentano una novità. In verità esistono da quando ci sono lezionari, da quando cioè la Chiesa ha cominciato a raccogliere in volumi particolari le letture assegnate ai diversi tempi dell’anno. Queste raccolte — chiamate comites “compagni” — appaiono nei secoli tra il VI e il VII secolo al servizio di comunità già da tempo abituate a vedere nelle aule liturgiche immagini raffiguranti eventi e personaggi scritturistici; era infatti il periodo del massimo sviluppo dell’arte paleocristiana monumentale, i cui capolavori a Roma e Ravenna sono ben noti. I commenti in questi casi erano impliciti, dal momento che le letture venivano ascoltate in mezzo a mosaici e affreschi allusivi alle parole proclamate. Più tardi, nel medioevo, appariranno collezioni di letture (evangeliari, epistolari, graduali) con miniature che narrano gli specifici testi riportati, nonché libri liturgici quali i rotoli dell’Exultet e i grandi antifonari del tardo medioevo, similmente arricchiti di immagini. In un modo o in un altro, si può dire, da millecinquecento anni il popolo cristiano recepisce le letture dell’anno liturgico con l’ausilio dell’arte, e questa fa parte ormai del processo d’ascolto da cui scaturiscono la fede e le opere dei credenti.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 gennaio 2020

NOTIZIE CORRELATE