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Festa mobile

· Gli amboni istoriati del Duecento ·

La parola divina, per la cui proclamazione la liturgia prevede un luogo d’onore nell’edificio chiesa, in un dato momento storico si è fatta accompagnare da immagini, come se il Verbo si fosse nuovamente incarnato. Punti d’arrivo di questo sviluppo maturatosi nei secoli xii-xiii sono gli amboni istoriati di Nicola e Giovanni Pisano, che riattivano al servizio del vangelo modelli scultorei antichi, preannunciando la “rinascenza” quattrocentesca. Nel Battistero di Pisa e nell’antistante Primaziale, nel Duomo di Siena e in Sant’Andrea a Pistoia, i “pergami” del padre e figlio oriundi delle Puglie perfezionano, modificandola profondamente, l’autoctona tradizione toscana leggibile in amboni scolpiti a Barga, Pistoia e Firenze, sollevando questioni importanti per la storia sia dell’arte che della spiritualità. Tali questioni verranno affrontate nel convegno itinerante «E la Parola si fece bellezza».

Giotto «Presepe di Greccio» (Assisi, Basilica superiore 1295-1299, particolare)

Scopo di questa festa mobile è di capire perché, in quel periodo e presso committenti toscani, sia nata l’esigenza di visualizzare i contenuti del Vangelo nel luogo del suo annuncio liturgico, e quali rapporti abbia una simile innovazione con la spiritualità del tempo, con la predicazione, col nascituro teatro sacro. Strettamente collegate sono poi le domande che riguardano le fonti stilistiche a cui gli artisti si sono ispirati e gli sviluppi interni che hanno caratterizzato questo fenomeno. Affascinate, infine, l’origine ecumenica dell’evento in cui l’interesse per la Scrittura tipica delle chiese riformate dialoga con la tradizione cattolica di arte liturgica, focalizzando sul momento in cui i pergami usati per la proclamazione evangelica divennero anche luoghi di visualizzazione scultorea.

Un’illustrazione pittorica dell’ambone nel suo contesto liturgico suggerisce il senso attribuito a questo oggetto alla fine del Medioevo: un affresco del ciclo della Vita di san Francesco nella Basilica superiore ad Assisi in cui vediamo un pulpito con gradinata d’accesso, apertura posteriore per il ministro e quattro ceri accesi. L’evento raffigurato è la celebrazione di Natale a Greccio nel 1223, quando — come narra san Bonaventura — il Poverello «fece preparare una stalla, vi fece portare il fieno, e fece condurre sul luogo un bove e un asino» (Legenda Maior x, 7). «Si adunano i frati, accorre la popolazione (... e) l’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia. Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia» conclude Bonaventura e nell’affresco vediamo infatti, oltre al pulpito, la mangiatoia, il ciborio, l’altare e il sacerdote. Poi, Bonaventura aggiunge: «Francesco, levita di Cristo, canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del Re povero e, nel nominarlo lo chiama per tenerezza, il “bimbo di Betlemme”».

L’ambone raffigurato nell’affresco è chiaramente il luogo deputato a queste ultime funzioni: al canto o proclamazione del Vangelo, cioè, e probabilmente anche alla commossa chiosa che Francesco provvide. Questo bel pulpito è anche una pura invenzione dell’artista o meglio dei frati che gli suggerivano l’assetto iconografico della scena. È un elemento apocrifo, voglio dire, dal momento che i biografi del santo — sia Bonaventura che Tommaso da Celano, nella più antica Vita prima di san Francesco — collocano la messa a Greccio all’aperto, in un bosco nei pressi del paese. Qui invece viene ambientata in una magnifica chiesa, con un altare ricoperto da un ciborio scolpito e con un pulpito. Tale “revisione” era forse intesa a legittimare la costosa basilica in cui gli affreschi vennero eseguiti, allora da poco ultimata e ancora contestata all’interno dell’Ordine.

Più significativamente, l’inserimento dell’episodio straordinario, carismatico, in un contesto convenzionalmente ecclesiastico voleva affermare la possibilità di tradurre l’emozione dell’esperienza originaria in termini monumentali. «Accorre il popolo» dice Bonaventura, e subito aggiunge che «il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose». Un altro biografo di Francesco, fra Tommaso da Celano, più vicino nel tempo all’evento stesso, afferma che «la gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi» (Vita prima xxx).

Nel dipinto murale invece il gaudio, la letizia vengono trasferiti nel presbiterio di una chiesa, che così viene presentata come contesto “naturale” in cui realizzare il programma di Francesco di rinfocolare la devozione all’umanità del Dio incarnato. Secondo Celano, Francesco aveva spiegato alla gente: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello» (Vita prima xxx). Secondo Celano poi il primo a commuoversi davanti alla scena così concepita fu Francesco stesso: «Il santo è estatico di fronte al presepio, pieno di sospiri, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile». Ma anche il sacerdote che celebra la messa «assapora una consolazione mai gustata prima» insiste fra Tommaso.

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22 agosto 2019

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