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Parlare,
consigliare e decidere

· Il futuro delle donne nella Chiesa ·

Nel mio primo intervento nel recente sinodo dei vescovi i media hanno colto solo la proposta di studiare la possibilità di ordinare delle donne al diaconato permanente. Di fatto il mio intervento andava oltre. Faceva riferimento al numero 30 dell’Instrumentum laboris, incentrato sul ruolo della donna nella famiglia, che include la seguente affermazione: «La condizione femminile nel mondo è soggetta a grandi differenze che derivano in prevalenza da fattori culturali». Uno studio recente dell’Organizzazione mondiale della famiglia conferma questo giudizio sottolineando che circa un terzo delle donne nel mondo è vittima di violenza coniugale. Di fronte a ciò ho voluto invitare i padri sinodali a rinnovare l’impegno della Chiesa a favore della pari dignità tra uomo e donna.

In un secondo momento, il mio intervento proponeva che tale impegno dovesse riguardare anche la vita istituzionale della Chiesa. Volevo dare maggiore spessore al numero 30 dell’Instrumentum laboris dove è scritto: «Può contribuire al riconoscimento del ruolo determinante delle donne una maggiore valorizzazione della loro responsabilità nella Chiesa: il loro intervento nei processi decisionali; la loro partecipazione, non solo formale, al governo di alcune istituzioni; il loro coinvolgimento nella formazione dei ministri ordinati».

Ho formulato tre suggerimenti a tale proposito: studiare la possibilità di ordinare delle donne al diaconato permanente; permettere a coppie sposate di prendere la parola durante le omelie nella messa al fine di rendere testimonianza del legame tra la Parola proclamata e la loro vita di coniugi e di genitori; riconoscere l’eguale capacità delle donne di assumere ruoli decisionali nella Chiesa nominandole a posti che potrebbero occupare nella curia romana e nelle nostre curie diocesane.

Lo riconosco: un sinodo sulla famiglia non è il luogo più adatto per discutere delle strutture di collaborazione nella Chiesa. La questione resta comunque importante, anzi urgente. Vorrei approfittare dello spazio concessomi in questa pagina per soffermarmi sulla questione della consultazione delle donne nella Chiesa, e soprattutto in Vaticano.

Fa piacere trovare spesso donne tra i partecipanti agli incontri meno formali — congressi, conferenze, sessioni di studi — organizzati da diversi dicasteri. Sempre più donne stanno prendendo la parola come relatrici. L’ho constatato di recente durante alcuni incontri dedicati al tema della tratta degli esseri umani, dove il contributo delle donne è stato particolarmente apprezzato. Si vedono però meno donne nominate in strutture permanenti. Fa anche piacere che la Commissione teologica internazionale annoveri oggi tra i suoi trenta membri cinque donne, mentre al momento della sua fondazione nel 1969 non ce n’era nessuna. E non si può che applaudire il Pontificio Consiglio della cultura per aver istituito un comitato consultivo di donne che può esprimere il proprio parere su tutti i temi e i progetti esaminati dal Consiglio. Si può però dire altrettanto di tutti i dicasteri? Non sarebbe il caso di avviare una riflessione seria a tale riguardo?

Un gruppo che potrebbe aiutare a portare a termine questo compito è l’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg). Tanti suoi membri hanno acquisito competenze e fatto esperienze molto importanti. Non è forse giunto il momento di aprire loro la porta a una collaborazione più stretta a tutti i livelli della vita ecclesiale?

Ecco un esempio. Un membro laico di un istituto religioso ha partecipato all’ultimo sinodo a titolo di padre sinodale. Ci si è allora posti la domanda: perché non una donna, membro di una comunità religiosa? Che cosa impedirebbe di riservare nell’assemblea sinodale all’Uisg posti analoghi a quelli riservati all’Unione dei superiori generali? Il ministero episcopale non può che arricchirsi ascoltando la voce carismatica nella Chiesa.

Si potrebbe quindi pensare di invitare l’Uisg a inviare alcuni suoi membri alle riunioni dei concistori dei cardinali a titolo di osservatrici o di consigliere, e addirittura alle riunioni preparatorie di un conclave. Tali incontri, estremamente importanti per la vita della Chiesa, riguardano anche le donne, fedeli di Cristo. Avremmo tutto da guadagnare invitandole a parteciparvi, e la testimonianza resa al mondo sarebbe ancora più forte. In modo analogo, tutte le conferenze episcopali del mondo dovrebbero sentirsi onorate d’invitare rappresentanti delle associazioni di comunità religiose femminili a titolo di osservatrici e di partecipanti alle loro sessioni generali.

Senza attuare grandi cambiamenti strutturali, cogliamo l’invito fatto da Papa Francesco a elaborare nella nostra Chiesa una vera sinodalità in cui tutte le voci siano ascoltate, anche quelle delle donne. In tal modo potremmo realizzare un po’ di più la visione del concilio: «Nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo: poiché la stessa diversità di grazie, di ministeri e di operazioni raccoglie in un tutto i figli di Dio» (Lumen gentium, n. 32).

di Paul-André Durocher

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13 dicembre 2017

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