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Paradosso
e avanguardia

· Cent’anni dalla morte dello scrittore statunitense Henry James ·

Il 28 febbraio 1916 moriva lo scrittore statunitense Henry James. Nel suo articolo, Elena Buia Rutt scrive che William James, famoso psicologo e affermato filosofo, non mancava di sottolineare nelle sue lettere al fratello Henry un certo disappunto per la dedizione assoluta di quest’ultimo a un fare artistico che ne totalizzava una vita priva di affetti o eventi rilevanti, all’infuori di un continuo girovagare in Europa. Eppure, lungi dal costituire un intrattenimento svagato e superfluo, la letteratura per Henry James rappresentava un mezzo per dare voce a quelle che Aristotele chiamava «le questioni ultime» o che Flannery O’Connor definiva «il mistero della nostra posizione sulla terra».

Nicole Kidman nella parte di Isabel Archer nel film «Ritratto di signora» (1996)

Nato a New York il 15 aprile 1843, da una ricca famiglia di industriali di origine irlandese, Henry James ricevette un’educazione libera e all’avanguardia da suo padre, Henry senior, vivace intellettuale, influenzato dalle teorie di Swedenborg, filosofo e mistico svedese del Settecento. Gli studi dei due fratelli, William e Henry, furono irregolari a causa dei continui spostamenti di scuole e città tra Stati Uniti e Europa (Ginevra, Londra, Parigi e Bonn) che caratterizzeranno poi la vita adulta di Henry e diverranno, per lo scontro tra culture innescato, il tema chiave di gran parte dei suoi romanzi. A circa vent’anni, dopo aver abbandonato la facoltà di legge a Harvard, Henry James iniziò la sua carriera letteraria con la pubblicazione di diverse recensioni critiche e dei primi racconti: nel corso della sua lunga vita, scriverà ventidue romanzi e centododici racconti, oltre ad alcune opere teatrali (di scarso successo) e a un gran numero di saggi e articoli, attestandosi come uno degli autori più prolifici della storia della letteratura. La sua narrativa fu profondamente influenzata da Nathaniel Hawthorne, Charles Dickens, Honoré de Balzac e Ivan Turgenev.
L’acuta osservazione e lo studio dei moti dell’animo umano, che costituiscono il nucleo centrale delle sue opere, fanno riferimento a un forte senso morale celato in una raffinatezza estetica, appartenente a uno scrittore amante dell’arte, conoscitore di numerose lingue, avido lettore, nonché autore di una produzione smisurata che lo consacra ancora oggi, a cento anni dalla morte (avvenuta a Londra il 28 febbraio 1916), figura chiave nella storia del romanzo moderno.
Non deve trarre in inganno il tono barocco o edoardiano a cui appartengono pagine formate da frasi perfette, articolate, lunghissime. Frasi “senza fretta” e senza fine, endless sentence come le ha definite Pound nel settimo dei suoi Cantos, forse dovute anche al fatto che, negli ultimi anni della sua vita, Henry James dettasse i suoi lavori a una stenografa. Quella dello scrittore statunitense è una prosa caratterizzata da lunghe digressioni, ricche di aggettivi e subordinate, che sembra semplicemente registrare sulla pagina un parlato fitto di impressioni, congetture, speculazioni, ma che in realtà si rivela capace di inabissamenti nelle profondità dell’io, svelandone i conflitti più intimi e le tensioni più radicali.
Il giro di vite è uno tra i primi capolavori di James: una novella gotica che evidenzia — come L’inquilino fantasma, L’altare dei morti, Gli amici degli amici e molte altre storie — la sua passione per il soprannaturale, inteso come estensione del mondo reale: quei fantasmi che, a detta di Virginia Woolf, «hanno le loro origini dentro di noi» e indicano come Henry James, da «raffinato, mondano sentimentale vecchio signore, riesca ancora a farci avere paura del buio».
Nel suo articolo, Gabriele Nicolò sottolinea che più si cerca di conoscere Henry James meno lo si comprende, più si leggono recensioni critiche delle sue opere, più il percorso narrativo da lui tracciato risulta oscuro e intricato. È proprio sulla cifra elusiva che pervade i romanzi e i racconti dello scrittore statunitense che si fonda il valore di un’impresa letteraria che, a distanza di cent’anni dalla sua morte, continua a interrogare e ad affascinare.
In un articolo del 1952, «The New York Times» discettava del «paradosso» di James, che si spiega attraverso la semplicità derivante da un periodare fiorito, imperlato di eufemismi e di ammiccamenti al lettore, e, nello stesso tempo, attraverso la complessità di dinamiche psicologiche che pur si sciolgono, nello svolgersi della trama, con facile e immediata naturalezza.
Ed è concorde la critica nel riconoscere in James, insieme alla scrittrice londinese Virginia Woolf, l’iniziatore del romanzo psicologico, che rompe bruscamente con la tradizione narrativa precedente in prevalenza intrisa di descrizioni, non di rado stucchevoli, dell’ambiente esterno. Le sue opere infatti scelgono come terreno d’elezione l’animo dei protagonisti, soggiogati dal tumultuoso andirivieni di affetti e sensazioni. Ma la grandezza di questa strategia narrativa non consiste tanto nella radicalità di un cambio di prospettiva: si sublima piuttosto nella capacità di dare icastico rilievo all’atmosfera di paesaggi naturali e di interni di abitazioni proprio a partire dalla scavo introspettivo, spesso impietoso, dei personaggi. I due piani, insomma, incisivamente s’intrecciano in una sorta di osmosi che finisce per dare a ogni sua opera un respiro epico.
James raggiunge livelli eccelsi nel creare il romanzo cosmopolita inglese e nel trasformarlo in un certosino studio delle persone, delle consuetudine e della morale del continente americano e di quello europeo, descrivendone con pari efficacia gli aspetti tragico e comico. Nella sua opera gli americani sono spesso dipinti come i fieri e venerandi depositari dell’innocenza dell’Eden e, inconsapevoli del male, si scoprono poi quanto mai vulnerabili nell’atto di avventurarsi fuori del loro paradiso.
È quanto accade a Daisy Miller gravemente ferita, prima nello spirito e poi nella carne, dalla sua esperienza europea. Nella prima versione, apparsa nel 1878 su «The Cornhill Magazine», il titolo completo della novella è Daisy Miller. A Study, cioè uno studio degli usi e dei costumi degli americani e dei loro compatrioti che hanno scelto di vivere all’estero. È questa una scelta coraggiosa e rischiosa: per farla occorre esserne all’altezza.
Non avrà successo allora la migliore creatura uscita dalla penna di James: quella Isabel Archer indimenticabile protagonista del romanzo, fiore all’occhiello della sua narrativa, Ritratto di signora, del 1881. Giovane e bella fanciulla, decide di compiere un viaggio in Europa nel segno dell’indipendenza da ogni laccio e da ogni pastoia: ma prima a Londra e poi a Roma quell’indipendenza si trasformerà, proprio in virtù di scelte errate, in un nodo che finirà per soffocare i suoi sentimenti più nobili e per non farle comprendere quelli altrui, altrettanto puri: sposerà Gilbert Osmond, arido ed egoista. Ma troverà una sorta di riscatto nell’abbracciare, pur con travaglio, il senso del dovere: porterà fino in fondo il peso di una scelta che mai avrebbe dovuto fare. 

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