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Paracelso medico e filosofo

· Tra accaniti denigratori e seguaci appassionati ·

Oggi sarebbe davvero difficile sottovalutare l’importanza dell’opera di Paracelso nel pensiero medico e filosofico del Cinquecento. Tuttavia, la sua carriera fu segnata da insuccessi e delusioni. L’astio delle autorità pubbliche e la diffidenza delle comunità mediche, naturalmente sospettose verso chi aveva l’ardire di proporre innovazioni radicali, lo costrinsero a girovagare senza posa tra alcune delle più fiorenti città dell’Europa centrale, da Strasburgo a Norimberga, da Zurigo ad Augusta. A Basilea, dove si trasferì nel 1527 in qualità di medico municipale, si verificò uno degli episodi più incresciosi della sua vita: nell’inverno di quell’anno sugli ingressi di numerosi edifici pubblici furono affissi alcuni versi sarcastici, in cui il “fantasma di Galeno” si prendeva gioco del suo vero nome, Theophrastus, storpiandolo ironicamente in Cacophrastus. 

Stampa del XVI secolo raffigurante Paracelso

Un episodio che deve aver influito sulla decisione, maturata alla fine del 1529, di farsi chiamare Paracelso. Certo, il carattere animoso del medico di Einsiedeln non deve aver giovato alla sua fama. Non perdeva infatti occasione — e di questo i suoi scritti sono testimonianza — per inveire sia contro i suoi colleghi medici, dipinti come portatori dei peggiori vizi della società (vanità, ipocrisia, avarizia), sia contro quelle che erano ritenute le auctoritates della medicina e della filosofia del tempo, dai testi di Galeno fino ai commentari aristotelici di Avicenna e Averroè. Per Paracelso si trattava, senza troppe sottigliezze, di ciarpame inutile. Solo negli ultimi anni vissuti in Carinzia trovò forse un po’ di serenità, ma la salute ormai malferma e le frustrazioni accumulate gli impedirono di goderseli appieno.
Persino dopo la sua morte, avvenuta a Salisburgo nel 1541, le campagne denigratorie continuarono, tanto che l’umanista Johannes Oporinus e il riformatore zurighese Heinrich Bullinger lo descrissero come un alcolista cronico, abituato a un abbigliamento più consono a un carrettiere che a un medico, e altri come un fanatico, dedito alla magia nera e all’occultismo. Accanto ai detrattori, però, vi fu anche un nutrito e agguerrito gruppo di seguaci, che si impegnò nella pubblicazione dei suoi scritti e nella promozione delle sue idee, approfittando in modo accorto dell’invenzione della stampa per raggiungere strati della popolazione fino ad allora completamente inaccessibili.
A fare chiarezza intorno ai rapporti tra Paracelso e i suoi contemporanei, ricostruendo il tormentato contesto sociale e religioso in cui visse e operò, è un libro dello storico della medicina Charles Webster, uscito in inglese nel 2008 e ora tradotto in italiano (Paracelso. Magia, medicina e profezia alla fine dei tempi, Milano, Hoepli, 2016, pagine 388, euro 34,90). Ne emerge un ritratto a tutto tondo, la cui originalità risiede soprattutto nell’individuazione di nuove fonti, come la mistica tedesca tardomedievale. L’autore sostiene in particolare che la concezione teologica e filosofica di Paracelso sarebbe stata profondamente ispirata dai sermoni di Johannes Tauler, che conobbero una nuova edizione tra il 1521 e il 1522, pubblicata proprio a Basilea poco pochi anni prima dell’arrivo del medico in città. A detta di Webster, l’influenza di Tauler su Paracelso si riscontrerebbe sia in una comunanza di temi — la necessità dell’umiltà totale, l’emancipazione dalla superbia e dall’avarizia come condizioni per accogliere la grazia — sia nel ricorso a un vocabolario per molti aspetti simile. Frequenti, ad esempio, sono i riferimenti nelle opere di Paracelso alla dicotomia esteriorità/interiorità, che si esprime in un invito ai fedeli affinché abbandonino le preoccupazioni provenienti dal mondo secolare e si concentrino esclusivamente sull’indagine delle profondità della propria anima, e al tema dell’unità dell’uomo con Dio, che è possibile raggiungere attraverso un percorso spirituale irto di difficoltà e duri sacrifici.
Paracelso non fu attratto da queste immagini solo per la loro efficacia simbolica e rappresentativa, ma soprattutto perché le riteneva compatibili con la propria visione del mondo. Una tesi, quella di Webster, che segna un’esplicita presa di distanza dal classico studio di Walter Pagel, Paracelso. Un’introduzione alla medicina filosofica nell’età del Rinascimento, uscito in Italia per Il Saggiatore nel 1989 con una prefazione di Eugenio Garin, in cui tra l’altro si sottolineava il debito di Paracelso verso lo gnosticismo, il neoplatonismo e l’ermetismo di Marsilio Ficino.
Critico tanto della Chiesa cattolica quanto di quella riformata (come confermano le polemiche contro Lutero e Zwingli) e di tutte le istituzioni sociali dell’epoca, Paracelso risulta difficilmente ascrivibile a un gruppo religioso determinato. Webster individua alcune affinità con gli argomenti sostenuti dagli anabattisti di orientamento spiritualista: il riconoscimento della centralità del battesimo, l’importanza attribuita alla figura di Giovanni Battista e la condanna degli eccessi delle autorità civili. È difficile tuttavia parlare di una vera e propria vicinanza, quando si leggono i giudizi ben poco lusinghieri espressi nel De causis morborum invisibilium (1531), in cui Paracelso accusava gli anabattisti di essere dei fanatici affetti da squilibrio mentale e animati da una smodata propensione al martirio. Una cosa è certa: convinto di essere stato investito di una missione etico-religiosa, Paracelso auspicava una rifondazione della comunità cristiana su nuove basi, come la povertà, la fedeltà al dettato evangelico, l’eliminazione di qualsiasi forma di gerarchia, e si batteva per una società più equa. Una concezione radicale e iconoclasta, dominata da accenti profetici ed escatologici e mossa dall’esigenza di un rinnovamento insieme religioso e sociale.

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21 agosto 2019

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