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Papi che leggono
il sommo poeta

· Fede e Immaginazione: Dante ·

Di Dante Alighieri si studia soprattutto il pensiero politico (oltre che la dimensione prettamente letteraria) che viene con troppa disinvoltura incasellato sotto l’etichetta del ghibellinismo, tralasciando così la lettura organica ed esaustiva della Divina Commedia e tacendone gli aspetti esplicitamente cattolici. L’Ottocento frammenta e strumentalizza l’Alighieri e lo interpreta in chiave liberale, considerandolo avverso al cattolicesimo e assecondandone quella propensione laica, e anche anticlericale, che costituisce la cifra dominante della cultura risorgimentale. Si tratta di uno scenario che in realtà non sa cogliere la vera sostanza del pensiero dantesco, e il dotto e prezioso libro di Valentina Merla Papi che leggono Dante. La ricezione dantesca nel magistero pontificio da Leone XIII a Benedetto XVI (Bari, Stilo Editore, 2018, pagine 499, euro 35) intende proprio correggere il tiro, tracciando le giuste coordinate entro le quali collocare e adeguatamente valutare un’opportuna ed equanime rilettura di Dante.

Dante in un affresco di Luca Signorelli (1499-1502)

La filosofia e il pensiero cattolico dell’Ottocento — rileva l’autrice nella premessa — non avevano fornito, in effetti, risposte esaurienti alle domande esistenziali dell’uomo, e i Pontefici, a loro volta «sconvolti» dalla “questione romana”, non erano stati in grado di rinnovare la Chiesa e di metterla in sintonia con le nuove esigenze storiche. Fu Leone XIII il primo che seppe leggere le nuove necessità della società e il primo a inaugurare quel processo di avvicinamento della Chiesa al mondo: processo che troverà la piena formulazione ideologica nel concilio Vaticano ii, nel magistero di Giovanni Paolo ii e in quello di Benedetto XVI.

Leone XIII è in effetti «un’anima dantesca» scrive Merla, non solo per il suo impegno in ambito politico e sociale, ma anche per le sue scelte poetiche che, sebbene orientate all’uso del latino, «non mancano di mostrare nel loro palinsesto una memoria chiara, anche se implicita, del poeta medievale». La lettura e lo studio di Dante accompagnarono Gioacchino Pecci per tutta la vita: quando era ancora monsignore a Perugia, era solito visitare il seminario e commentare con gli allievi alcuni passi del poema. Negli anni del pontificato, l’interesse per l’Alighieri si rafforzò: significativa al riguardo la testimonianza secondo cui prima di morire, l’8 luglio 1903, il Pontefice fece richiesta di una copia della Commedia per leggerla. Pur sembrando innovativo e moderno, osserva l’autrice, il pensiero socio-politico di Leone XIII, in realtà, non fa altro che recuperare, seppur attualizzandola, la distinzione dei poteri, il temporale e lo spirituale, che già Dante aveva teorizzato nella Monarchia. Il Papa si ispira al trattato dantesco restituendogli pieno diritto di cittadinanza nella riflessione cattolica. È infatti Leone XIII a decidere di eliminare dall’Indice dei Libri Proibiti la Monarchia, considerata dal concilio di Trento (1545-1563) non in linea con l’ortodossia. Addirittura verso la metà del Trecento, il cardinale Bertrando Del Poggetto, ricorda l’autrice, aveva deliberato la distruzione dell’opera, bandita anche dai conventi.

Grande ammirazione per Dante fu nutrita da Pio X, che utilizzò la Commedia come testo parallelo al suo Catechismo: fatto questo, rileva l’autrice, che non deve stupire perché il poema è già di per sé un’opera pedagogica, giacché il poeta l’ha concepita allo scopo (come afferma egli stesso in una lettera a Cangrande della Scala) di indicare la giusta condotta morale, quella che conduce alla felicità eterna.

Se la ricezione di Dante in Leone xiii si concentra sul debito del poeta verso il tomismo, e in Pio X si focalizza sul valore catechetico dell’opera dantesca, la lettura di Benedetto XV segna una linea spartiacque nella rivalutazione dell’Alighieri da parte degli ambienti ecclesiastici. Giacomo Della Chiesa, infatti, è il primo Papa a dedicare al sommo poeta, in occasione della ricorrenza del sesto centenario della morte, un’enciclica, In praeclara, con la manifesta intenzione di dimostrare l’appartenenza di Dante alla fede cattolica e il suo pieno riconoscimento del ruolo del Pontefice. Nata dalla necessità di reagire alla critica laicista, l’enciclica commenta il pensiero del poeta: scopo del documento non è solamente quello di riconoscere i meriti artistici della Commedia, ma anche e soprattutto di spiegare le motivazioni in base alle quali si può definire Dante poeta e divulgatore della fede cattolica. Non a caso il documento è dedicato ai «diletti figli professori e alunni di tutti gli istituti cattolici d’insegnamento letterario e d’alta cultura»: sono loro i primi a dover comprendere e apprezzare il ruolo pedagogico-educativo dell’opera dantesca.

Sul suo scrittoio Pio XI conservava, tra l’altro, una copia della Divina Commedia e una copia dei Promessi Sposi, e padre Agostino Gemelli usava ricordare che «molte volte, anzi quasi ad ogni udienza» il Pontefice gli recitava «a memoria delle strofe, delle terzine di Dante». Ed è significativo ricordare che in occasione dell’udienza, il 18 marzo 1923, ai membri della Pontificia Accademia Romana di San Tommaso, Pio XI mise in risalto che l’Alighieri era stato “il primo canonizzatore” del padre della Scolastica, proprio perché lo riconosce come maestro di verità teologiche e vuole ricapitolare la sua dottrina nei versi che preludono alla visione di Dio. Pontefice di alta cultura, Pio XII non poteva non riconoscere in Dante un riferimento nobile e illuminante. Impegnato a promuovere la fede difendendo parimenti il valore della ragione, più volte affermò il concetto della somiglianza tra l’uomo e Dio. Nel fare ciò, egli si richiama all’immagine della «nostra effigie» che Dante ritrova nel Paradiso, inscritta in Dio Trinità. Si tratta di quella somiglianza che l’esule fiorentino denota nel Paradiso e che diventa per il poeta il punto di arrivo, la rivelazione per mezzo della visione.

Frequenti richiami a Dante si riscontrano nei discorsi di Giovanni XXIII. Basti pensare al discorso rivolto, il 24 maggio 1959, alle Congregazioni Mariane, in cui il Santo Padre rispolvera la mariologia dantesca dell’ultimo canto del Paradiso. «È forse questo il discorso “più dantesco” di Papa Roncalli» scrive Valentina Merla.

In occasione del settimo centenario della nascita, Paolo VI dedicò al sommo poeta una lettera apostolica, Altissimi cantus, cui fece seguito l’istituzione di una cattedra filologica di Studi danteschi presso l’Università Cattolica di Milano. Attraverso tale documento Paolo VI lesse e interpretò l’Alighieri alla luce del rinnovamento spirituale e culturale di cui si andava facendo promotore il concilio Vaticano II, e aprì la strada alla “canonizzazione” del poeta, ormai perfettamente integrato nell’ambito della Chiesa, «teologo dei poeti e poeta dei teologi». Paolo VI pubblicò l’Altissimi cantus il giorno precedente alla chiusura dei lavori del concilio e donò ai padri conciliari una copia della Commedia, quasi a esortarli a portare nel mondo il messaggio del poeta inteso come solenne impegno di ecumenicità e auspicio di un periodo di prosperità e pacificazione.

Dante era uno degli autori preferiti di Giovanni Paolo I e pur nell’esiguità del suo magistero (il pontificato durò trentatré giorni) la fonte dantesca non passa sotto silenzio. E prima di ascendere al soglio pontificio, Albino Luciani aveva spesso ricordato, con giusto orgoglio, che aveva letto e riletto Dante e Manzoni, «magari anche imparati a memoria».

Numerosi e pregnanti sono gli echi danteschi nel magistero di Giovanni Paolo II, appassionato di letteratura (fu autore, tra l’altro, di testi poetici e teatrali) e da essa ispirato e nutrito sin da giovanissimo, nonché fautore dello stretto e fecondo legame tra poesia e vocazione religiosa. Giovanni Paolo II definì la Divina Commedia «un racconto teologico» nel quale vengono celebrati il distacco dalle cose terrene e l’aspirazione alle cose celesti. Nella Lectio magistralis, il 17 maggio 2003, pronunciata all’università La Sapienza di Roma, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in giurisprudenza, Giovanni Paolo II richiamò l’Ulisse dantesco quale simbolo della tensione alla conoscenza, dell’anelito al sapere. Ulisse, scrive l’autrice, viene decontestualizzato dalla dimensione infernale dei superbi orditori di frodi, per essere additato come «modello filosofico del cattolico».

Significativamente attestata è la frequentazione dell’Alighieri da parte di Benedetto XVI, il quale cita il sommo poeta nel messaggio al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, il 17 marzo 2011, in occasione dei 150 anni di unità nazionale. Dante figura tra quei nomi che hanno contribuito a dare «un apporto fondamentale alla formazione dell’identità italiana». E a Dante, Benedetto XVI, in più di un discorso, riconosce il merito di aver perseguito e affermato la continuità tra la fede cristiana in Dio e la ricerca sviluppata dalla ragione e dal mondo delle religioni. Ratzinger, sottolinea l’autrice, ama evidenziare come Dante avesse compreso «la capacità trasformante» dell’amore divino. Non è Dio a cambiare mentre il poeta, nella cantica del Paradiso, guarda: è il poeta stesso a mutare mentre contempla. È una evoluzione che si esaurisce nella “deificazione” della realtà umana. E Benedetto XVI pone l’accento proprio sul valore della fede intesa come visione-comprensione che trasforma, e che rende l’uomo degno di una vita nuova in Dio. 

di Gabriele Nicolò

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24 agosto 2019

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