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Paperon de’ Paperoni e il suo (quasi) omonimo

Da dove deriva il nome Paperon de Paperoni? Le risposte di Felice Accrocca e Dario Fertilio chiamano in causa un vescovo italiano del Duecento

Da vescovo di Foligno a zio di Paperino

Un ritratto di Paparone dei Paparoni   affrescato nel 1720 nel palazzo arcivescovile di Spoleto

Non ne ricordo il titolo, ma è tuttora impresso nella mia memoria un episodio delle storie dei paperi disneyani che vede zio Paperone, il mitico fantastiliardario di Paperopoli, rodersi il fegato perché il suo antagonista Rockerduck era stato in grado di presentarsi al club dei miliardari esibendo il titolo di conte. Non ricordo neppure — tanti anni sono ormai passati da quella lettura! — in che modo Rockerduck avesse acquisito il blasone, ma certo la cosa faceva schiattare d’invidia Paperone: tuttavia, al termine di un’avventura rocambolesca nel corso della quale il proprietario della mitica “numero Uno” — la prima moneta (da 10 cent!) da lui guadagnata — arrivò addirittura a salvare le sorti di un piccolo regno della vecchia Europa, ottenne in ricompensa dal suo sovrano nientemeno che il titolo di duca. In questo maniera, Paperone riuscì ancora una volta a battere Rockerduck non solo a suon di miliardi, ma anche quanto a titoli gentilizi. Paperone duca, quindi. Più sorprendente è però scoprire i suoi legami con una figura episcopale. Sì, perché ci fu un Paperone vescovo, tanti anni fa: nell’Italia di mezzo e nel mezzo d’Italia. Come infatti attesta l’Eubel nella sua Hierarchia Catholica (i, 256), un vescovo con questo nome resse la diocesi di Foligno per un ventennio, tra il 1265 e il 1285, quindi tra il pontificato di Clemente IV, il quale lo aveva chiamato a ricoprire tale cattedra, e quello di Onorio IV. Ma chi era costui e, soprattutto, può esserci un legame con lo straordinario personaggio dei fumetti? Non va dimenticato che, per la sua creatura, il disegnatore Carl Barks s’ispirò in realtà alla figura di Ebenezer Scrooge, protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens, e non certo a un vescovo italiano vissuto in pieno medioevo. Cominciamo intanto col dire che l’antico vescovo, nelle scarse fonti che lo riguardano, compare sempre e soltanto con il nome di “Paparone”, senza alcun’altra indicazione di luogo o di lignaggio. La sua appartenenza alla famiglia romana dei Papareschi — un lignaggio stanziato nel rione di Trastevere che aveva consolidato la propria fortuna a partire dalla prima metà del secolo XII — compare solo in testimonianze tardive, ma senza il supporto di alcuna base documentaria, perciò priva del necessario fondamento. Stando ai dati raccolti da Emilio Panella, Paparone apparteneva alla provincia Romana dell’Ordine dei predicatori (o domenicani) e nel 1251 fu nominato — come risulta dalle decisioni del capitolo provinciale, tenutosi in quell’anno a Siena — predicatore generale assieme a Giacomo da Amiterno, Nicola Orso, Gregorio Senense. Poiché per essere chiamato a tale incarico era necessario — l’attestano già le Costituzioni dell’Ordine nella redazione di Raymond de Peñafort — che un candidato avesse raggiunto i venticinque anni d’età e da almeno tre avesse intrapreso lo studio della teologia, volendo per lui stabilire un corso ordinario possiamo supporre che Paparone fosse nato intorno al 1225 e verso il 1240 fosse entrato tra le file dei frati predicatori. Come già accennato, nel 1265 fu nominato da Clemente IV vescovo di Foligno, dove sul finire del proprio episcopato riuscì anche a promuovere la fondazione di un convento dell’Ordine dei predicatori, secondo quanto attesta un atto rogato a Perugia il 20 aprile 1285, poi trascritto in un breve di Onorio IV trasmesso nei settecenteschi Ricordi del convento di San Domenico in Foligno, editi ormai trent’anni or sono dal compianto Mario Sensi. In seguito, sarebbe stato eletto vescovo di Spoleto. È questo tutto ciò che sappiamo di lui, a dispetto degli arricchimenti tardivi operati dagli storici dell’Ordine e dalla locale tradizione erudita. Quale legame può allora istituirsi tra il vescovo domenicano e il noto personaggio dei fumetti? In epoca moderna, nei repertori di storia dell’Ordine egli viene ascritto — senza solido fondamento — alla famiglia de Paparonibus/de Paperonibus; lo si ritrova poi effigiato nei ritratti settecenteschi dei vescovi cittadini nel palazzo arcivescovile di Spoleto, dov’è indicato con il nome di Paparone de Paparoni e lo si dice traslato, nel 1285, da Onorio IV, da Foligno a Spoleto, e poi morto nel 1290: F. Paparonus de Paparonis Romanus, Ordinis Praedicatorum, anno MCCLXXXV ab Honorio IV e Fulginatensi ad hanc translatus, obyt a. MCCXC.

Fra Paparone è diventato così Paparone de’ Paparoni? Il nome italiano scelto per il personaggio creato negli Stati Uniti da Carl Barks coincide con quello assegnato all’antico vescovo nel palazzo arcivescovile di Spoleto. Casuale coincidenza? Chi l’avrebbe mai detto, a un frate e vescovo del XIII secolo, che il suo nome potrebbe essere servito un giorno a risolvere ben altri problemi rispetto a quelli ai quali era aduso e che il suo ricordo sarebbe stato alimentato dai fumetti della Disney.

di Felice Accrocca

Antiche papere a Sarteano

Ebbene sì. Ci fu un momento, nell’estate del 1952, in cui il destino del vescovo medievale e quello dell’eroe disneyano si intrecciarono. Il frate predicatore domenicano Paparone de Paperonibus, fino ad allora affidato a incerta cronologia nei repertori del suo Ordine, balzò alla notorietà mondiale dei fumetti indossando il cilindro, la finanziera e le ghette di Paperon de’ Paperoni. Per comprendere come sia stato possibile, è necessario rifarsi a quei primi anni del dopoguerra in cui la Disney in America toccava il suo apogeo, e in Italia la Mondadori si affrettava a sfruttarne i diritti con Topolino e i milioni di lettori rapidamente conquistati dai vari Gambadilegno, Gastone, Orazio Cavezza e Nonna Papera (animali antropomorfici, certo, ma per molti aspetti più umani degli umani). Noi, allora giovanissimi abitanti immaginari di Topolinia e Paperopoli, non potevamo saperlo, ma il piacere che ci procurava la lettura di quelle avventure, nel corso dei magici anni cinquanta, era da ascrivere anzitutto alle qualità del direttore del giornalino, Mario Gentilini, e ancor di più all’ispirazione di Guido Martina, traduttore e sceneggiatore delle prime storie che arrivavano dall’America. Fu a quest’ultimo naturalmente che Gentilini si rivolse nella primavera del 1952 per trovare un nome italiano al nuovo, formidabile personaggio uscito dalla fucina fumettistica di Carl Barks: nientemeno che la versione palmipede dell’ultra avaro Ebenezer Scrooge, immaginato da Charles Dickens nel racconto di Natale più celebre della letteratura. A quanto sembra, Martina si gingillò per qualche tempo intorno all’ipotesi di chiamarlo Avaro Papero, che però dovette sembrargli una improponibile cacofonia, al confronto dei teneri e buffi Qui Quo Qua, Paperino, Topolino e Minni. Poi qualcosa dovette accendersi nella sua fantasia e, benché non possano esserci conferme a quasi trent'anni dalla sua scomparsa, è ragionevole supporre che Martina si sia imbattuto, o abbia ricordato, la cronaca medievale in cui figurava il nome insolito del vescovo di Foligno. Su quali elementi possiamo contare? Come nelle autenticazioni delle opere d’arte, su una somma di indizi: la nota passione di Martina, autentico erudito, per gli scritti del periodo medievale; la sua inclinazione a confrontarsi con momenti del passato — indimenticabile L’Inferno di Topolino ispirato alla Divina Commedia — sfruttandone le ricadute satiriche e paradossali; il lieve aggiustamento del nome, da Paparone a Paperone, per evitare eventuali contestazioni degli eredi. Operazione riuscita talmente bene da fissare per sempre nell’immaginario collettivo la figura dello zio ultrataccagno di Paperino, e di riflesso sottrarre quella dell’ecclesiastico alla polvere degli archivi. Inutile cercare però un riferimento al vescovo di Foligno, e poi di Spoleto, nell’albergo genealogico dei Paperi, che è una creazione molto successiva del fumettista Don Rosa, apparsa per la prima volta in Norvegia e adottata in Italia verso la fine degli anni novanta. Del resto non poteva trovare spazio un vescovo italiano fra quei vari, immaginari antenati di Paperino, rappresentati come guerrieri, notai, cavalieri, commercianti e leggiadre donzelle, incastonati sui vari rami generazionali del grande albero disneyano. Oltreoceano il miliardario taccagno Uncle Scrooge, di ascendenza protestante e scozzese, sarebbe stato difficilmente compatibile con un antenato cattolico, benché a quanto pare di famiglia facoltosa e potente. E tuttavia giustizia è stata resa infine a Paparone de Paperonis, poiché la versione italiana della Disney si è dimostrata nel tempo persino più vitale dell’originale americana. Il Paperone reinventato da Martina si è a suo modo nobilitato, assomigliando sempre più a un geniale e ossessivo collezionista di monete e avventure, più che a uno spietato tagliatore di teste capitalista. Quanto al vescovo, i visitatori di Sarteano, il comune della Val d’Orcia in provincia di Siena, al numero 61 del centrale corso Garibaldi possono ancora ammirare il palazzo, ufficialmente Paparoni, che risale al XVI secolo e appartiene ai suoi eredi. Sul portale d'ingresso campeggia lo stemma di famiglia: due grosse papere che poggiano su una sola zampa.

di Dario Fertilio

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09 dicembre 2018

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