Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Papaveri, papere
e tante altre canzoni

· Una riflessione su Sanremo, il festival per antonomasia in Italia ·

Sanremo è alle porte, e voi lo seguirete. Lo farete tutti, che lo amiate o meno: è questo il suo segreto. Anche per quanto riguarda l’edizione del 2019 avrete a disposizione articoli, interviste e approfondimenti. I social non parleranno d’altro per una settimana. Conoscerete i protagonisti, i cantanti e le loro canzoni, saprete tutto dei conduttori e delle polemiche a orologeria che puntualmente si presenteranno a sollevare la “comunicazione” dal duro mestiere di fare telefonate.

Fausto Tommei legge i nomi dei vincitori  del Festival del 1956

Ecco perché noi proveremo a fare altro. Non ci chiederemo chi vincerà fra qualche settimana ma che cosa sia Sanremo oggi. Che mistero rappresenti questo rito che fin dalla sua nascita mescola alto e basso (cosa non grave) talvolta con una passioncella per il mediocre e il retorico (cosa ben più insidiosa) ma che da oltre mezzo secolo sembra scattare la nostra più implacabile fotografia: quella nella quale non facciamo in tempo a metterci in posa.

«Sanremo è un rito collettivo attraverso il quale l’Italia celebra se stessa per poco più di una settimana. È una gara di canzoni, forma d’arte popolare e particolarmente fortunata nel rappresentare lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi». Così Eddy Anselmi, giornalista e saggista esperto di Sanremo, inquadra la kermesse canora che da oltre mezzo secolo racconta un paese attraverso le sue canzoni.

La passione di Anselmi per Sanremo ha inizio in una piccola radio privata cittadina (Radio Città 103) a Bologna, trent’anni fa. Assieme all’amico e collega Massimiliano Nucci conduceva Fuori Target, un programma sulla musica leggera italiana. Le serate di Sanremo si svolgevano negli scantinati di quella radio, in un viavai continuo di persone, ascoltatori e amici che facevano irruzione in radio mentre i due conduttori erano “in diretta” con il teatro Ariston.

Anselmi e Nucci infatti si erano inventati un format che, sull’onda della Gialappa’s calcistica, durante tutta la settimana della kermesse canora invitava gli ascoltatori della radio a sintonizzarsi su Rai 1, togliendo però il volume. Il commento, pezzo dopo pezzo, esibizione dopo esibizione, lo avrebbero fatto loro, da quella piccola radio sotterranea. Oggi Anselmi è uno dei massimi esperti di Sanremo in Italia, e assistant head of delegation per l’Eurovision Song Contest, e con lui proviamo a capire qualcosa circa il rapporto degli italiani con Sanremo, cosa abbia rappresentato per il nostro paese e come si sia trasformato in tutti questi anni.

Quando pensiamo che una cosa cambi, che si esprima in modo diverso, talvolta non teniamo conto che altro non fa che registrare e ascoltare come noi cambiamo, come noi parliamo.

«Il Festival di Sanremo — prosegue Anselmi — ha raccontato sempre il suo tempo: parlava la lingua degli anni Cinquanta, ora parla quella del presente. Non necessariamente è sempre stata un’evoluzione. Il gusto musicale del Festival si è spostato tra innovazione e maniera, i modi di ricercare l’attenzione del pubblico sono arrivati talvolta al parossismo».

Inoltre, prosegue Massimiliano Nucci, sodale radiofonico di Anselmi fin da quelle sere in radio, «Sanremo era una gara di canzoni più che una gara tra cantanti: nelle prime edizioni ad uno stesso interprete venivano affidate più canzoni (nel primo Festival c’erano solo tre cantanti per interpretare ben venti canzoni). Come per il cinema, i primi Festival furono capaci di creare dive e divi dal respiro internazionale. Rispetto a quanto accadeva nel mondo esterno, ho sempre avuto l’impressione che il Festival restasse un passo indietro: vicino nella manifestazione e nei testi alla realtà del tempo, ma un po’ più indietro. Mai avanti, come ci si aspetta da una trasmissione che vorrebbe intercettare la maggioranza degli italiani. Quindi Sanremo era l’occasione per sognare un po’ e sentirsi uniti in un’Italia che non lo era (e forse non lo è ancora)».

Per sognare un po’. Volentieri, ma come si sogna a comando, tutti insieme, nella stessa settimana dell’anno? Si può provare con l’amore, certo ma anche con l’attualità.

Da qualche tempo a questa parte infatti l’attualità sembra contendere lo scettro narrativo di Sanremo se non ai papaveri e alle papere quantomeno ai baci sotto la luna. Lo scorso anno vinse una canzone contro la guerra (ne hanno mai scritte in favore?) a dimostrazione del fatto che il sociale, la lotta alle discriminazioni e più in generale l’attenzione ai diritti umani sanno di poter sempre contare sulla settimana di Sanremo. Viene da chiedersi, serve a qualcosa? «Se fatto bene sì — dice Anselmi — la canzone è una forma d’arte e l’arte è sociale per definizione. Se fatto in modo mediocre, passa inosservato senza fare danni. Se fatto male, può demolire l’empatia verso la causa che si cerca di perorare. L’autorevolezza degli autori è fondamentale: gli stessi versi che sono poesia cantati da un artista, suonano insinceri cantati da un altro».

E la faccenda non è nemmeno così nuova. «Le canzoni sociali — prosegue Anselmi — tra le quasi duemila della storia del festival, compaiono fin dalle prime edizioni. La primissima canzone del Festival, Sorrentinella, prendeva di mira una giovane che non canta più la tarantella e gira in Lambretta. La seconda edizione del festival è vinta da Vola colomba, simbolo dell’anelito del ritorno di Trieste alla patria, al secondo posto si classifica Papaveri e Papere, sul cui significato morale si versano fiumi di inchiostro. E siamo solo nel 1952».

La vecchia lotta fra impegno e leggerezza, in attesa di un impegno così intelligente da capire che è la leggerezza il modo più efficace per “pesare”.

«La sfida tra impegno e disimpegno — ricorda Nucci — è una costante del Festival L’ultima canzone vincitrice del Festival (Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro) è una canzone sociale. Non tutte le canzoni sociali sono state “intelligenti”, sempre per quella tendenza a voler trattare le questioni sociali con un linguaggio nazional-popolare, infarcito di luoghi comuni».

Eppure ciò che di potenzialmente magico aveva Sanremo, era proprio la possibilità di dar luce alle vicende individuali, quasi da pianerottolo, lasciandole correre verso ciò che di più universale (forse irraggiungibile) esista in natura. «Per poter riderci sopra, per continuare a sperare», come diceva Lucio Dalla.

Per continuare a sperare. Quel «Portami al mare, fammi sognare e dimmi che non vuoi morire» che reclamava Patti Pravo non è forse un verso contro la guerra? Una guerra moderna e privata contro la solitudine, l’infelicità e la più grande insidia della contemporaneità: la noia.

Con buona pace dei suoi detrattori, a Sanremo è stata anche fatta grande musica, c’erano epoche nelle quali era data in natura la possibilità di incidere dischi nei quali il talent veniva individuato e filtrato con procedure e dinamiche diverse da quelle di oggi.

Si sente spesso dire che Sanremo sia una sorta di grande vetrina del nostro paese. In realtà più che una vetrina è uno specchio.

La vetrina è il luogo nel quale si mostra una merce, ciò di cui intendiamo (al giusto prezzo) sbarazzarci. Più plausibile invece che Sanremo sia una sorta di specchio nel quale frughiamo con la certezza di rinvenire, mettendo a fuoco un dettaglio, qualcosa di nostro, di estremamente domestico, di privato.

«Sanremo, le sue canzoni, il modo di raccontarlo dei cronisti, resta senz’altro una fotografia dell’Italia. Non va preteso — prosegue Anselmi — che la foto sia una panoramica. A volte l’inquadratura dell’Italia che fa il Festival è più ampia e omnicomprensiva, spesso risulta parziale ma egualmente nitida, sempre raccoglie e combina elementi in modo unico».

In modo unico ma coi suoi tempi, se è vero come sostiene Nucci che «quello che accade in Italia e nel mondo arriva a Sanremo con un certo ritardo. È sempre stato così. Le rivoluzioni cantate e illustrate a Sanremo sono sempre state annacquate, sfumate, le provocazioni generalmente sono state molto soft. Ma sarò qui anche quest’anno, come ogni anno, in prima linea a guardare il festival, assieme alle persone che mi amano, a immaginare la classifica, a scrivere sui social e a leggere i commenti più divertenti».

di Cristiano Governa

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

26 gennaio 2020

NOTIZIE CORRELATE