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Papa Francesco
a Ginevra

· Il 21 giugno per il settantesimo del Cec ·

La visita papale del prossimo 21 giugno a Ginevra, nel settantesimo anniversario della fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), sarà un segno di riconoscimento del contributo unico che questo organismo ha offerto al moderno movimento ecumenico. Lo ha detto il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, annunciando il viaggio del Pontefice durante la conferenza svoltasi venerdì mattina, 2 marzo, nella Sala stampa della Santa Sede, alla presenza del reverendo Olav Fykse Tveit, segretario generale del Cec.

Questa visita sarà espressione «dell’impegno personale del Papa per raggiungere l’obiettivo dell’unità dei cristiani» ha sottolineato il porporato. Recandosi a Ginevra il Pontefice seguirà i passi dei suoi due predecessori Paolo vi, che ha visitato il Cec il 10 giugno 1969, e Giovanni Paolo II, che vi si è recato il 21 giugno 1984. Il viaggio sarà un’occasione «per rendere grazie a Dio per la lunga e ricca collaborazione che la Chiesa cattolica mantiene con il Cec da più di mezzo secolo». In effetti, i rapporti sono iniziati durante la preparazione del concilio Vaticano II, che, ha ricordato il cardinale, ha impegnato la Chiesa cattolica «nel movimento ecumenico moderno e ha aperto una nuova pagina nella storia delle nostre relazioni con il Consiglio ecumenico delle Chiese, generando uno spirito di riavvicinamento e comprensione reciproca».

Il motto della visita è «Camminare pregare lavorare insieme» e riecheggia il tema adottato dall’ultima assemblea del Cec come il leitmotiv di tutte le sue attuali attività. Riflette anche ciò che è stato definito da Papa Francesco l’«ecumenismo del camminare insieme». In diverse occasioni il Pontefice ha incoraggiato le Chiese «a camminare insieme per testimoniare la loro fede e affrontare» le sfide contemporanee. Procedendo insieme verso la piena unità visibile, ha aggiunto il porporato, i cristiani «possono apprezzare meglio il loro patrimonio comune e diventare più consapevoli di ciò che già condividono». Allo stesso tempo, possono affrontare meglio le differenze che devono ancora essere superate, specialmente per quanto riguarda le questioni dottrinali o morali.

Nonostante la risoluzione delle divergenze teologiche sia essenziale per l’obiettivo dell'unità, «l'ecumenismo non consiste solo nel dialogo teologico». Deve anche includere «la collaborazione per coloro che sono nel bisogno e per le numerose vittime di guerre, ingiustizie e disastri naturali». Il dialogo teologico e la collaborazione pratica sono importanti per raggiungere l’obiettivo della piena unità. Ma non sono sufficienti. Infatti, ha chiarito il cardinale Koch, «una parte essenziale del nostro cammino ecumenico deve essere la preghiera».

Come ha osservato il Papa, esiste ancora un'altra forma di ecumenismo che caratterizza il nostro tempo: quello del sangue. Coloro che perseguitano i cristiani, ha fatto notare il porporato, non chiedono loro se sono luterani, ortodossi, cattolici, riformati o pentecostali. Perciò il cammino insieme deve «abbracciare l’ecumenismo nella preghiera, l’ecumenismo nel dialogo, l’ecumenismo nell’azione e l’ecumenismo nella sofferenza, incluso l'ecumenismo del sangue».

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