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In ascolto del grido dei piccoli
che chiedono giustizia

· Papa Francesco apre in Vaticano l’incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa ·

 «Sento di avere una vita distrutta. Ho subito così tante umiliazioni... che non so che cosa mi riservi il futuro...». Taglienti come una lama le parole attraversano l’Aula nuova del Sinodo. Sono quelle di una donna abusata per anni, sin dalla fanciullezza, da un prete. Per la prima volta i pastori della Chiesa riuniti da tutto il mondo hanno ascoltato, insieme, le testimonianze di chi, bambino, ha subito le più atroci e aberranti violenze proprio da quanti dovevano garantirgli protezione e amore. Hanno ascoltato. In silenzio. Turbati e colpiti da tanto dolore. Hanno ascoltato aprendo il cuore, così come poco prima aveva loro raccomandato Papa Francesco: «Ascoltiamo il grido dei piccoli che chiedono giustizia». Parole brevi e decise — pronunciate all’inizio dell’incontro sulla protezione dei minori, la mattina di giovedì 21 febbraio nell’Aula nuova del Sinodo in Vaticano — che hanno icasticamente caratterizzato il senso e gli obiettivi del summit che si è aperto nel segno dell’ascolto e di una forte presa di coscienza. Atteggiamenti imprescindibili per arrivare, ha detto Francesco, «non a semplici e scontate condanne», ma a «misure concrete ed efficaci da predisporre». E ha ribadito: «Ci vuole concretezza». Le ferite fisiche, psicologiche e spirituali inferte ai più deboli non sono concetti, ma esiti tragicamente reali e concreti e richiedono — ha detto il Papa a patriarchi, cardinali, vescovi, superiori religiosi e responsabili di tutto il mondo — il massimo della «parresia», del «coraggio» e della «concretezza». Ai presenti il Pontefice ha affidato — come strumento di lavoro mutuato dai contributi delle varie conferenze episcopali — una serie di punti di riflessione e ha presentato tutto il «peso della responsabilità pastorale ed ecclesiale che ci obbliga a discutere insieme, in maniera sinodale, sincera e approfondita su come affrontare questo male che affligge la Chiesa e l’umanità».

Un compito gravoso che esige l’aiuto fondamentale della preghiera. L’incontro è stato aperto dal canto del Veni creator; nella preghiera comune si è quindi recitato: «Padre, apri le nostre orecchie al messaggio di coloro che sono stati violati e feriti in mezzo alla tua Chiesa»; infine Papa Francesco ha invocato lo Spirito Santo a «sostenerci in questi giorni» e ad «aiutarci a trasformare questo male in un’opportunità di consapevolezza e di purificazione».

Punto di partenza per affrontare i problemi in profondità — ha detto il moderatore padre Federico Lombardi — è l’ascolto. Un ascolto, vero, profondo, empatico. E tale è stato per l’intera assemblea il momento iniziale di questa prima giornata dedicata al tema delle “responsabilità”: cinque testimonianze registrate sono state diffuse in aula con lo straziante racconto di altrettante vittime provenienti da diverse parti del mondo. Un grido di dolore, una richiesta d’aiuto, che ha profondamente toccato il cuore dei presenti. Abusi, umiliazioni, indifferenze e omertà, vite lacerate e anime devastate. Non si può comprendere la portata delle azioni necessarie se non si coglie la profondità di questo dolore.

Per guarire le ferite — ha affermato il cardinale Tagle nella prima delle due relazioni tenute in mattinata — bisogna anzitutto toccarle con mano. L’immagine di Gesù risorto che appare ai discepoli e chiede a Tommaso di mettere il dito nella sua piaga ha fornito all’arcivescovo di Manila la chiave di lettura: «Coloro che sono inviati potranno farlo con autenticità soltanto se saranno costantemente in contatto con le ferite dell’umanità». Chi chiude gli occhi e fugge di fronte alle ferite «non ha diritto di dire “Mio Signore, mio Dio!”». La mancanza di risposte e addirittura lo scandalo della copertura degli abusatori, ha detto, «ha lacerato la nostra gente, lasciando una profonda ferita nel rapporto con coloro ai quali siamo stati inviati per servirli». E ha parlato con chiarezza ai presenti: «Dobbiamo mettere da parte ogni esitazione ad avvicinarci alle ferite della nostra gente, per paura di essere feriti noi stessi», ed «avere la più grande tenerezza nell’accompagnare le vittime mentre sopportano il loro dolore».

Più direttamente collegato al tema della responsabilità è stato l’intervento dell’arcivescovo Scicluna, dopo il quale ha avuto inizio il confronto negli undici gruppi in cui sono stati divisi, per aree linguistiche, i partecipanti all’incontro. Il presule ha a più riprese fatto riferimento alla lettera inviata nel 2010 da Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda, nella quale il Pontefice affermava che gli abusi «hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione». Nella relazione, monsignor Scicluna ha illustrato le principali fasi dei processi nei singoli casi di abuso sessuale con alcuni suggerimenti pratici dettati soprattutto dalla «primaria preoccupazione per la salvaguardia dell’innocenza dei nostri bambini e dei nostri giovani».

«La comunità di fede affidata alla nostra tutela — ha detto il presule — deve sapere che facciamo sul serio. Devono conoscerci come paladini della loro sicurezza e di quella dei loro figli e dei loro giovani. Li coinvolgeremo con franchezza e umiltà. Li proteggeremo a ogni costo. Daremo la nostra vita per le greggi che ci sono state affidate».

I due relatori sono stati quindi coinvolti da una serie di domande attraverso le quali alcuni presenti hanno voluto approfondire le tematiche affrontate, puntando l’attenzione su alcune emergenze e questioni particolarmente rilevanti nella vita delle singole comunità.

Nel pomeriggio l’incontro prosegue con una sintetica presentazione dei lavori di gruppo e con la terza relazione della giornata, quella del cardinale Salazar Gómez, incentrata sul tema «La Chiesa in un momento di crisi. Responsabilità del vescovo. Affrontare i conflitti e le tensioni e agire con decisione».

di Maurizio Fontana

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19 agosto 2019

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