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Paolo VI il concilio e la collegialità

· Quel filo che legava Roncalli a Montini ·

«Raramente, senza dubbio, un pontificato — scriveva in un dispaccio del 1966 René Brouillet, esperto della Chiesa di Roma e nominato dal generale De Gaulle ambasciatore presso la Santa Sede nel 1964 — è iniziato in condizioni così ingrate come quello dell’eletto del conclave del 1963 e raramente le chiavi di san Pietro sono pesate così tanto. Un predecessore morto in apoteosi, che non ha potuto vedere il seguito delle sue iniziative e che ha lasciato in moto l’ampia macchina degli Stati Generali della Chiesa, ma senza che una direzione di marcia fosse  stata veramente proposta ai Padri del Concilio, se non quella raccomandazione, che si presta all’interpretazione più vasta o più stretta, espressa dal termine “aggiornamento’”. Il magistero esercitato per quattro anni e mezzo con l’empirismo del giorno per giorno, il colpo al timone di oggi che corregge, di quel tanto che serve, ciò che poteva avere di eccessivo o d’insufficiente l’impulso del giorno precedente. Una grazia eccezionale d’improvvisazione, di serenità e di fiducia che si affidava in ogni circostanza all’aiuto dello Spirito Santo». Si può dire che la logica che determinò la scelta del cardinale Montini quale successore di Giovanni XXIII veniva spiegata dalle difficoltà rilevate da René Brouillet: occorreva ordinare, vale a dire fissare un orizzonte e un ritmo al concilio Vaticano II, di cui pochi auspicavano la sospensione, anche se alcuni vi stavano lavorando già dalla fine della prima sessione (8 dicembre  1962). Era l’unico possibile? Questo punto sembra essere stato poco dibattuto. Ma l’affermazione di una logica nella Storia rivela una visione finalistica del ruolo delle personalità nel corso della storia stessa.
In ogni conclave si è soliti ripetere che chi entra Papa  ne esce cardinale. L’adagio si è rivelato vero nel 1903 per il cardinale Rampolla e nel 1914 per il cardinale Maffi, arcivescovo di Pisa. Ma è stato contraddetto dall’elezione del cardinale Pacelli nel 1939 e nel 1963  da quella di Giovanni Battista Montini.  Entrambi rappresentavano più che una logica una scelta che saldava la loro personalità a un clima in cui doveva attestare — è la parola giusta — la natura interna della Chiesa nel suo fondamento e nella sua missione. Pacelli, diplomatico, doveva essere un artefice di pace e incarnare la voce della Chiesa. E lo fece. Ma nel 1964 gli verrà rimproverato — con una montatura politica spettacolare, Der Stellvertetrer (Il vicario) di Rolf Hochhuth — di aver interpretato in modo ristretto questa parola e di aver dimenticato il dramma detto dell’Olocausto a partire dagli anni Ottanta. L’attuazione del concilio Vaticano II fu dunque affidata a Giovanni Battista Montini. Giovanni XXIII  si era limitato ad avere una funzione “arbitrale” ispirata. Il suo successore rafforzò la prerogativa d’intervento personale propria del Papa, della facoltà di agire “collegialmente”, ossia, tanto per cominciare, “facendosi sentire in seno al collegio dei vescovi”.
Ricollocato in questa prospettiva, il concilio si apriva a tutte le  direzioni della Chiesta post-tridentina, e Paolo VI proponeva una visione dell’unità priva di utopia e impastata di realismo pratico. Faceva entrare i laici nel concilio con prudenza. Gettava un ponte verso le religioni non cristiane annunciando, alla vigilia della seconda sessione, la sua intenzione di creare per loro un segretariato, intenzione che confermò nel suo discorso di apertura il 29 settembre. Il Papa approfittò di quel  tempo che invece incalzava Giovanni XXIII. Sottolineava l’importanza del periodo post-conciliare e ne intuiva le difficoltà, i tentennamenti, i  drammi inevitabili per la Chiesa, giorno dopo giorno. L’attività del concilio si ritrovava  pertanto alleggerita di tanta impazienza, di molte paure e angosce. Il Papa gli dava un ritmo adeguato man mano che le questioni maturavano. Il magistero pontificio era ormai incluso nella nozione di collegialità, che sarebbe diventata la questione fondamentale degli anni a venire.

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