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​Paolo VI e la pace

· La missione di realizzare l’unità del genere umano ·

«Non più la guerra». Paolo VI ha ripetuto molte volte questo grido appassionato nel discorso pronunciato il 4 ottobre 1965, in occasione della prima visita di un Papa alla sede dell’Onu. Fin dall’inizio del suo pontificato, il suo impegno per la pace è stato molto intenso. Senza dubbio il beato Giovanni Maria Montini ha ereditato dal suo predecessore Giovanni XXIII l’insistenza su questo tema, particolarmente evidente dopo la crisi di Cuba e la pubblicazione della Pacem in terris. Ma la sua riflessione su questo tema rispondeva a convinzioni profonde, che avevano visto la luce in precedenza e che ebbero un carattere proprio e originale. 

Paolo VI durante la concelebrazione eucaristica nella stadio Oval di Bombay durante la visita in India dal 2 al 5 dicembre 1964

In occasione della Prima Giornata Mondiale della Pace, da lui istituita il 1° gennaio 1968 — mentre si delineava il pericolo di una crescente diffusione della bomba a idrogeno — fu lo stesso Paolo vi a far notare che nel suo magistero si ricorreva spesso alla parola pace. Ma non con il proposito di seguire la moda dei “tempi che corrono”, come se fosse un prezzo pagato dalla Chiesa per essere accettata dal mondo.
Si deve porre in questa prospettiva anche l’audace gesto della sua partecipazione, nel 1965, all’Assemblea generale dell’Onu, evento inedito nella tradizione del papato. Alcuni mesi dopo, il Papa spiegò che con quel viaggio, «La Chiesa è, in un certo senso, uscita da se stessa per incontrarsi con gli uomini del nostro tempo». A New York, Paolo VI si presentò in modo umile, non come maestro, e senza la pretesa di imporre il suo insegnamento, mettendosi, al contrario, al servizio di tutti i paesi del mondo, in maggior parte rappresentati in detta sede.
Svincolarsi da ogni rapporto privilegiato con il mondo occidentale, cosa di cui la Chiesa veniva generalmente accusata, non significò per Paolo vi trascurare il ruolo che l’Occidente, e in particolare l’Europa, potevano e dovevano svolgere a favore della pace. Questo Papa approvò e sostenne il processo di unificazione europea con l’obiettivo prioritario di «promuovere e tutelare la pace». Partendo dalle immense rovine provocate dal confitto (mondiale) — come ricordò spesso — si sviluppò il progetto europeista promosso da De Gasperi, Adenauer, Schumann: in loro la tragedia della guerra aveva suscitato uno slancio audace per realizzare quello che, alla luce della storia passata, sembrava addirittura impossibile pensare: la definitiva pacificazione franco-tedesca.
L’Europa non poteva restare chiusa in se stessa: doveva mettersi al servizio della pace nel mondo. Il ruolo stesso di un’Europa a favore della pace nel mondo si scontrava però con la persistente contrapposizione tra l’Est e l’Ovest che aveva il suo epicentro proprio nel vecchio continente. L’Europa doveva pertanto aiutare il mondo aiutando se stessa e viceversa: le divisioni che l’affliggevano si proiettavano verso l’esterno, e affrontarle significava anche assolvere una parte delle sue responsabilità verso gli altri popoli. Nel 1968, subito dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, Paolo vi parlò con preoccupazione di un «clima cupo in Europa».
In Evangelii nuntiandi, Montini auspicò: «Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo». La gioia acquisì un’importanza centrale nelle parole di questo Papa, spesso descritto come amletico, triste, pessimista. È il tema della Gaudete in Domino che precede di pochi mesi l’Evangelii nuntiandi, entrambe del 1975: la gioia di chi annuncia è legata al contenuto di quanto è annunciato e il mondo ha bisogno di evangelizzatori credibili della “buona novella”. Entrambi i documenti comparvero dopo il Sinodo del 1974, dove le Chiese non europee fecero sentire con forza la loro voce. I delegati latinoamericani, in particolare, giunsero a Roma dopo un dibattito intenso e interno delle loro Chiese, ei loro interventi si concentrarono sui rapporti tra evangelizzazione e promozione umana, sulla religiosità popolare, sulla relazione tra dialogo e missione, sul ruolo delle comunità di base come agenti di evangelizzazione, sui problemi dei giovani. Nel corso dell’incontro, l’impostazione eurocentrica fu superata da un vivace dibattito su questioni come la povertà, l’inculturazione, il dialogo con le religioni, i contenuti dell’evangelizzazione e il pluralismo teologico. L’assemblea discusse in particolare l’alternativa tra l’istanza di preservare l’evangelizzazione dall’impegno socio-politico e quella opposta di unirla strettamente all’impegno politico. Il lavoro dell’assemblea mise in luce una pluralità di orientamenti e il relatore, il cardinale Wojityla, propose di affidare al Papa la sintesi. Nacque così l’Evangelii nuntiandi, che raccolse i molteplici interventi sinodali fondendoli in una sintesi armoniosa, proponendo un’evangelizzazione rinnovata nello stile e nei contenuti, unendo la gioia di chi annuncia alla ricchezza dell’annuncio.
Il Vangelo non s’identifica con nessuna cultura, chiarì allora Paolo VI, ma l’evangelizzazione non può «asservirsi ad alcuna».
L’Evangelii nuntiandi costituì un messaggio importante per quelle Chiese in cui molte iniziative favorivano una riduzione dell’evangelizzazione al solo impegno socio-politico. Per Paolo VI la liberazione evangelica non si esauriva nella liberazione politica, e sulla questione della violenza espresse chiaramente la sua condanna. Ma, al tempo stesso, la vera pace offerta dal Vangelo era incompatibile con le condizioni di miseria, sofferenza e ingiustizia in cui vivevano grandi masse in molti paesi del mondo.

di Pietro Parolin

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22 febbraio 2018

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