Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Paolo VI e la liturgia

· L’opera riformatrice montiniana ·

Nel delineare il profilo liturgico del Papa san Paolo VI, occorre far parola dell’intero arco della sua esistenza. Importante fu il periodo della sua formazione, negli anni in cui il movimento liturgico lievitava nuove sensibilità e acquisizioni in campo teologico-liturgico, con risvolti anche celebrativi.

Giovane prete, a partire dal 1930, promosse sulle pagine di “Azione Fucina” una cronaca liturgica che attesta la sintonia con il fermento liturgico che premeva per venire a galla nel tessuto ecclesiale; sono preziose anche le Lettere che Montini scrisse da sostituto della Segreteria di Stato in occasione delle Settimane liturgiche nazionali italiane. Di tale fermento fu poi interprete negli anni di episcopato a Milano, di cui è celebre la Lettera pastorale che scrisse nel 1958 su L’educazione liturgica, volta a comunicare ai fedeli la convinzione della «stupenda forza formatrice della Liturgia».

Questa esperienza la portò al Vaticano II, come ben manifesta il discorso che il cardinale Montini pronunciò in Concilio il 22 ottobre 1962, in cui ricordava la differenza tra essentia «quae omnino defendi debet atque servari» e forma della liturgia, «scilicet modo, quo celebratio divinorum mysteriorum quasi vestitur», osservando che la forma «mutari potest, prudenter tam sapienterque et ad aptiores rationes revocari», con l’unico fine — che era quello dello schema in discussione tra i Padri — non di scalfire il «cultus catholici patrimonium divinum et a maioribus acceptum» bensì di renderlo «magis comprehensibile et utilius hominibus nostrae aetatis»; e giungeva a formulare un principio di innegabile rilevanza: «Liturgia nempe pro hominibus est instituta non homines pro Liturgia». Ecco il filo rosso che ha guidato la visione montiniana di liturgia, compresa quale mediazione attraverso cui la vita divina si riversa nel cuore dei credenti, edificando il Popolo di Dio, la Chiesa. Questo è il punto fondamentale del nesso tra Paolo VI e la liturgia: nel suo pensiero come nella sua opera, la riforma liturgica post-conciliare, in obbedienza a Sacrosanctum concilium, non era finalizzata semplicemente alla revisione della forma celebrativa, ma al rinnovamento della Chiesa, realtà-mistero su cui il Papa si era soffermato nella sua enciclica programmatica, l’Ecclesiam suam.

Con la sollecitudine del Pastore, Paolo VI ha voluto spiegare e illustrare, in vari modi e occasioni, nel corso degli anni, sia ai laici come al clero, i motivi della riforma liturgica, la sua portata e l’estensione che andava assumendo, aiutando a cogliere tutto il positivo senza tacere delle resistenze che si opponevano al cambiamento come delle fughe fuori pista. Ne sono documentazione eloquente i suoi atti pontifici e i numerosi discorsi pronunciati, specie alle udienze generali del mercoledì come nei Concistori.

Se l’input e i princìpi della riforma liturgica venivano dalla Sacrosanctum Concilium, fu Paolo VI a ordinarne e guidarne la progressiva attuazione, in due fasi: la preparazione della riforma e le prime realizzazioni dal 1963 al 1969 e, quindi, dal 1969 l’edizione dei libri liturgici riformati.

Dopo l’importante discorso di promulgazione della Sacrosanctum Concilium a chiusura della seconda sessione del Concilio, il 4 dicembre 1963, con il Motuproprio Sacram liturgiam (25 gennaio 1964), Paolo VI istituiva il Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia, organismo composto da Vescovi ed esperti di tutto il mondo, allo scopo di dare concretezza ai principi indicati dai Padri conciliari e dalle scelte compiute. Presieduto dal cardinale G. Lercaro e avendo come segretario il padre A. Bugnini, il Consilium ha lavorato alacremente, in diretta sintonia con Paolo VI; lo attestano i quattro importanti discorsi che il Papa rivolse allo stesso Consilium in occasione delle sue riunioni, oltre alla costante informazione e diretta supervisione dei suoi lavori. Al Consilium, è subentrata la Sacra Congregatio pro Cultu Divino, istituita da Paolo VI il 9 maggio 1969: con tale organismo, inquadrato ormai nella Curia Romana, la Sede Apostolica ha pubblicato le edizioni tipiche dei rinnovati libri liturgici e i documenti che hanno disciplinato il loro uso e la vita liturgica (Decreti, Istruzioni, Notificazioni, Dichiarazioni).

Nel prendere decisioni rilevanti e vincolanti in materia di celebrazioni liturgiche, Paolo VI adottò pronunciamenti magisteriali adeguati, quali anzitutto cinque Costituzioni apostoliche. Con la Costituzione Pontificalis Romani recognitio (28 giugno 1968), approvava il Rito dei sacri Ordini del Diaconato, Presbiterato ed Episcopato, preparato dal Consilium e sentito il parere dei Vescovi di varie parti del mondo. Con la Costituzione Missale Romanum (3 aprile 1969) veniva promulgato il Messale rinnovato per decreto del Concilio Ecumenico Vaticano II; in essa, ricordando che il Concilio «aveva posto le basi della riforma generale del Messale Romano, stabilendo che (...) l’Ordinamento rituale della Messa sia riveduto in modo che apparisca più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli (cfr Sacrosanctum Concilium 50)», il Papa indicava e motivava i cambiamenti più rilevanti apportati in questo libro liturgico, quali la Preghiera eucaristica, il Rito della Messa e il Lezionario. Quindi con la Costituzione Laudis canticum (1° novembre del 1970) veniva promulgato l’Ufficio Divino rinnovato per decreto del Concilio Ecumenico Vaticano II; in essa Paolo VI illustrava l’opera di revisione compiuta per la Liturgia delle Ore. Con la Costituzione Divinae consortium naturae (15 agosto 1971), Paolo VI promulgava il Rito della Confermazione, stabilendo e dichiarando gli elementi relativi al rito essenziale del sacramento, ed indicando che dal 1° gennaio 1973 «tutti gli interessati dovranno fare uso soltanto del nuovo Rito». Infine, con la Costituzione apostolica Sacram unctionem infirmorum (30 novembre 1972), approvava il Rito dell’Unzione degli Infermi, stabilendo e dichiarando gli elementi relativi al rito essenziale del Sacramento; stabiliva anche che dal 1° gennaio 1974, «tutti gli interessati dovranno fare uso soltanto del nuovo Rito».

Oltre al già citato Motuproprio Sacram liturgiam, con cui si stabiliva l’entrata in vigore di alcune prescrizioni della Sacrosanctum Concilium, Paolo VI intervenne con altri pronunciamenti in forma di Motuproprio in materia liturgica. Col Peculiare ius (9 febbraio 1966) furono date norme circa l’uso dell’altare papale nelle Patriarcali Basiliche Romane. Col Sacrum diaconatus (18 giugno 1967) vennero impartite norme per il ristabilimento del diaconato permanente nella Chiesa latina. Col Pontificalis Domus (28 marzo 1968) furono date norme, tra l’altro, circa la Cappella Pontificia, ossia le persone che partecipano alle celebrazioni liturgiche presiedute dal Papa o svolte alla sua presenza. Anche il Pontificalia insignia (21 giugno 1968) aveva risvolti per l’ambito celebrativo. Col Mysterii Paschalis (14 febbraio 1969), Paolo VI disciplinava le norme generali circa l’Anno liturgico e il Calendario Romano. Infine, col Ministeria quaedam (15 agosto 1972), veniva riformata nella Chiesa latina la disciplina riguardo alla tonsura, agli ordini minori e al suddiaconato, ormai denominati “ministeri” del Lettore e dell’Accolito, affidati anche ai laici e non più riservati ai candidati al sacramento dell’Ordine.

Come è noto, il nome di Paolo VIresterà perennemente legato ai libri liturgici del Rito Romano, custodi ed espressione del mistero della Chiesa in preghiera. In tal senso l’opera liturgica paolina è davvero grande. Basti ricordare quali libri portano nel frontespizio la dicitura “ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani ii instauratum auctoritate Pauli pp. vi promulgatum”: De ordinatione Diaconi, Presbyteri et Episcopi (15.8.1968); Ordo celebrandi matrimonium (19.3.1969); Calendarium Romanum (21.3.1969); Ordo Missae cum Institutio generalis Missalis Romani (6.4.1969); Ordo Baptismi parvulorum (15.5.1969); Ordo lectionum Missae (25.5.1969); Ordo Exsequiarum (15.8.1969); Ordo Professionis Religiosae (2.2.1970); Missale Romanum (26.3.1970, editio altera 1975); Ordo Consecrationis Virginum (31.5.1970); Lectionarium Missalis Romani (30.9.1970); Ordo benedictionis Abbatis et Abbatissae (9.11.1970); Ordo benedicendi olea cathecumenorum et infirmorum et conficendi chrisma (3.12.1970); Liturgia Horarum (11.4.1971); Ordo Confirmationis (22.8.1971); Ordo Initiationis Christianae adultorum (6.1.1972); Ordo Cantus Missae (24.6.1972); Graduale Simplex (editio altera 1975); De institutione Lectorum et Acolythorum (3.12.1972); Ordo Unctionis Infirmorum eorumque pastoralis curae (7.12.1972); De Sacra Communione et de Cultu Mysterii Eucharistici extra Missae (21.6.1973); Ordo Paenitentiae (2.12.1973); Ordo dedicationis ecclesiae et altaris (29.5.1977).

Questi Ordines sono stati rinnovati e pubblicati per autorità apostolica di Paolo VI. Lo ricordava egli stesso in questi termini all’udienza generale del 19 novembre 1969: «La riforma che sta per essere divulgata corrisponde ad un mandato autorevole della Chiesa; è un atto di obbedienza; è un fatto di coerenza della Chiesa con se stessa; è un passo in avanti della sua tradizione autentica; è una dimostrazione di fedeltà e di vitalità, alla quale tutti dobbiamo prontamente aderire. Non è un arbitrio. Non è un esperimento caduco o facoltativo. Non è un’improvvisazione di qualche dilettante» (Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 1122).

Che il Santo Papa abbia seguito personalmente i lavori di revisione della lex orandi del Messale Romano, lo attestano esemplarmente due scritti. Il primo è un autografo concernente l’Ordo Missae: «Mercoledì, 6 novembre 1968 – ore 19-20.30. Abbiamo letto nuovamente, col Rev. P. Annibale Bugnini, il nuovo “Ordo Missae”, compitato dal “Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia”, in seguito alle osservazioni fatte da noi, dalla Curia Romana, dalla S. Congregazione dei Riti, dai partecipanti alla xi sessione plenaria del “Consilium” stesso, e da altri ecclesiastici e fedeli; e dopo attenta considerazione delle varie modifiche proposte, di cui molte sono state accolte, abbiamo dato al nuovo “Ordo Missae” la nostra approvazione, in Domino. Paulus pp. vi». Il secondo riguarda il Lezionario del Messale: «Non ci è possibile, nel brevissimo spazio di tempo che ci è indicato, prendere accurata e completa visione di questo nuovo ed ampio “Ordo Lectionum Missae”. Ma fondati sulla fiducia delle persone esperte e pie, che lo hanno con lungo studio preparato, e su quella dovuta alla sacra Congregazione per il Culto Divino, che lo ha con tanta perizia e sollecitudine esaminato e composto, volentieri noi lo approviamo, in nomine Domini. Nella Festa di S. Giovanni Battista, 24 Giugno 1969 Paulus pp. vi» (gli autografi sono stati pubblicati su «L’Osservatore Romano» del 6 aprile 2019, pag. 7).

Con la stessa autorità apostolica egli conferma la bontà della riforma liturgica nel discorso al Concistoro del 24 maggio 1976: «È nel nome della Tradizione che noi domandiamo a tutti i nostri figli, a tutte le comunità cattoliche, di celebrare, in dignità e fervore la Liturgia rinnovata. L’adozione del nuovo “Ordo Missae” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio v aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino. La stessa disponibilità noi esigiamo, con la stessa autorità suprema che ci viene da Cristo Gesù, a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari, pastorali, maturate in questi anni in applicazione ai decreti conciliari. Ogni iniziativa che miri a ostacolarli non può arrogarsi la prerogativa di rendere un servizio alla Chiesa: in effetti reca ad essa grave danno» (Insegnamenti di Paolo VI, XIV [1976] 389).

Ed ancora, ai Cardinali riuniti in Concistoro il 27 giugno 1977 si esprime in modo chiaro circa l’applicazione della riforma liturgica: «È venuto il momento, ora, di lasciar cadere definitivamente i fermenti disgregatori, ugualmente perniciosi nell’un senso e nell’altro, e di applicare integralmente nei suoi giusti criteri ispiratori, la riforma da Noi approvata in applicazione ai voti del Concilio. Ai contestatori che, in nome di una mal compresa libertà creativa, hanno portato tanto danno alla Chiesa con le loro improvvisazioni, banalità, leggerezze — e perfino con qualche deplorevole profanazione — Noi chiediamo severamente di attenersi alla norma stabilita: se questa non venisse rispettata, ne potrebbe andare di mezzo l’essenza stessa del dogma per non dire della disciplina ecclesiastica, secondo l’aurea norma: “lex orandi, lex credendi”. Chiediamo fedeltà assoluta per salvaguardare la “regula fidei”. [...] Ma con pari diritto ammoniamo coloro che contestano e si irrigidiscono nel loro rifiuto sotto il pretesto della tradizione, affinché ascoltino com’è loro stretto dovere, la voce del Successore di Pietro e dei vescovi, riconoscano il valore positivo delle modificazioni “accidentali” introdotte nei sacri riti (che rappresentano vera continuità, anzi spesso rievocazione dell’antico nell’adattamento al nuovo), e non si ostinino in una chiusura preconcetta, che non può essere assolutamente approvata» (Insegnamenti di Paolo VI, XV (1977), 663).

Nel Pensiero alla morte, Paolo VI si congeda dalla scena di questo mondo confessando di aver sempre amato la Chiesa, suprema confidenza che egli ha ormai il coraggio di dire apertamente. Il rinnovamento liturgico è stato uno dei modi concreti con cui Paolo VI ha amato una Chiesa che voleva prendesse coscienza di se stessa e che fosse strumento di annuncio del Vangelo, che dà a Dio il primo posto ma non dimentica l’umanità di oggi, sapendo che la «Liturgia è per gli uomini». In questa “passione” vissuta per la Chiesa c’è anche la sofferenza causatagli da quanti, per opposte ragioni, contestavano apertamente la “sua” riforma liturgica, offendendo la voce del Successore di Pietro e arrecando danno alla Chiesa, sia in nome di una mal compresa libertà creativa e sia in nome di una mal compresa fedeltà alla tradizione. Nel portare avanti la riforma della liturgia, di così ampie proporzioni, ha dato prova della saggezza e della determinazione del Pastore che non cerca il proprio interesse ma quello dell’intero gregge che il Signore gli ha affidato. Lo ha ricordato Papa Francesco nell’omelia di canonizzazione lo scorso 14 ottobre: «Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità». Sappiamo che la vocazione alla santità e la risposta ad essa passano attraverso la liturgia della Chiesa.

di Corrado Maggioni

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE