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Ci vorrebbe un Burri
per i Musei Vaticani

· ​Paolo VI e gli artisti del suo tempo ·

«Rifacciamo la pace? Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti?». Sono le parole che Giovanni Battista Montini, da qualche mese divenuto Pontefice con il nome di Paolo, l’apostolo delle genti, pronunciò il 7 maggio 1964 nella Cappella Sistina. Era un vero e proprio appello, preceduto quasi da un mea culpa a nome della Chiesa, profferito nei confronti di pittori e scultori: «vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità. Noi — vi si diceva — abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v’è via di uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci».

Alberto Burri, «Natura morta» (1947)

Parole forti, di un Pontefice e di un intellettuale che desiderava ardentemente ricucire lo strappo che era venuto sempre più allargandosi tra il mondo dell’arte contemporanea e quello della Chiesa. Montini era ben conscio delle difficoltà di questa “sfida”, ma parimenti animato da autentico afflato profetico, da coraggio culturale e insieme pastorale. La nascita della Collezione d’Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani, inaugurata nel 1973, l’esistenza della Collezione Paolo vi — arte contemporanea a Concesio, proprio di fronte alla casa natale del beato Papa Montini, i settanta interventi da lui dedicati, durante il quindicennio del suo pontificato, a temi concernenti l’arte e i suoi rapporti con la fede cristiana, testimoniano quanto la questione gli stesse a cuore. Sì, ben settanta. Si va dalla soglia stessa del ministero pastorale universale, con l’omelia tenuta in Sant’Ignazio a Roma il 12 settembre 1963, per giungere fino alla vigilia della morte, passando per lettere e discorsi di alto impegno: quelli del 7 maggio 1964, in cui fece riferimento anche al concetto di Einfühlung, del 23 giugno 1973 per l’inaugurazione della Galleria d’Arte Religiosa Moderna, dell’8 ottobre 1977 in occasione della mostra sulla Vita di San Paolo e su Cristo morto e risorto nel Braccio di Carlo Magno; oppure per messaggi magari estemporanei, o dettati da evenienze e ricorrenze, ma sempre densi di significati, vibranti di consapevolezza culturale e di forza magisteriale.

L’apertura di credito di Paolo vi e della Chiesa postconciliare nei confronti della modernità, anche di tutto un filone di pittura che, nel corso del Novcento, aveva voluto rimandare alla prospettiva del trascendente mediante pure forme semplificate o geometriche, attraverso un linguaggio che rifiutava l’imitazione del visibile in favore di un’allusività simbolica o astratta, fu sancita così al massimo livello. In occasione dell’inaugurazione della sezione dei Musei Vaticani dedicata al contemporaneo, avvenuta il 23 giugno 1973, Papa Montini pronunciò ancora una volta parole significative ed estremamente acute, penetranti: «sì, l’Artista moderno è soggettivo, cerca più in se stesso, che fuori di sé i motivi dell’opera sua, ma proprio per questo è spesso eminentemente umano, è altamente apprezzabile. […] Cotesta Arte, che nasce più dal di dentro che dal di fuori, è documento che non solo ci interessa, ma ci obbliga a conoscerla; vogliamo dire, a leggervi dentro l’anima dell’Artista, anzi l’anima contemporanea, di cui egli, sciente o no, si fa interprete e specchio sensibile».

La prima mostra organizzata dalla Galleria d’Arte Religiosa Moderna fu Evangelizzazione e arte, che si tenne nell’Aula delle Udienze nell’ottobre e novembre 1974. Una sezione era dedicata ai libri, pubblicati tra gli anni Trenta e i Settanta del Novecento, che più avevano sollecitato la conoscenza della Bibbia, con illustrazioni di pittori come Chagall, Rouault, de Chirico e Sassu; l’altra parte della mostra invece era incentrata su Il volto di Cristo, con opere storiche di Beckmann, Schmidt-Rottluff, Kokoschka, Previati, Casorati, Severini, Sutherland, e lavori contemporanei, tra gli altri, di Annigoni, Bodini, Cadorin, Cagli, Carpi, Consadori, Conti, Fazzini, Guttuso, Manzù, Minguzzi, Scorzelli, Tot, e arte popolare africana.

Un altro discorso di grande impegno, nel quale Paolo vi tracciò quasi una sorta di bilancio dei tentativi di riavvicinamento tra la Chiesa e il mondo dell’arte avvenuti durante il suo pontificato, fu quello tenuto il 29 febbraio 1976 in San Pietro per la commemorazione del quinto centenario della nascita di Michelangelo, al termine della quale percorse sulla sedia gestatoria la navata della Basilica fino alla cappella della Pietà — sfregiata nel 1972 e subito restaurata con magistrale perizia sotto la responsabilità dell’allora direttore dei Musei Vaticani Deoclecio Redig de Campos — e depose ai piedi dell’altare un cesto di fiori. L’inizio del discorso ha un sapore per così dire “retrospettivo”, ma non per questo meno carico di speranza: «[…] per la terza volta, durante il nostro Pontificato, voi siete stati convocati, e quest’oggi per un avvenimento che riteniamo quanto mai ricco di significato. Il primo incontro nella Cappella Sistina volle esprimere la volontà di un dialogo, o meglio la ripresa di una conversazione per il cammino dell’amicizia e di una rinnovata comunione di sentimenti e di pensieri. Nel secondo incontro i protagonisti principali siete stati voi, artisti e cultori dell’arte, con opere di pittura e di scultura destinate alla Collezione d’Arte religiosa contemporanea dei Musei Vaticani, testimonianza di sincera adesione alle nostre attese e alle nostre speranze. Oggi ci ritroviamo insieme nell’atmosfera grave e solenne di una celebrazione liturgica».

Mette conto menzionare anche i rapporti diretti che Giovanni Battista Montini intrattenne con gli artisti, e soffermarsi su alcuni casi particolarmente significativi. Tra coloro che ebbero scambi diretti con il pontefice, si segnalano Aligi Sassu, Lello Scorzelli, Fabrizio Clerici, Dina Bellotti (sua ritrattista ufficiale), Aldo Carpi. Quest’ultimo, carismatico direttore dell’Accademia di Brera, conosciuto da Montini ai tempi in cui era arcivescovo di Milano, fu al suo seguito durante lo storico pellegrinaggio compiuto in terra d’Israele nel gennaio 1964, e dalle impressioni ricavate nel viaggio deriverà una serie di dipinti e disegni che costituiscono un singolarissimo reportage artistico e spirituale. Altro nome importante è quello di Jean Guitton, il grande filosofo e teologo stimatissimo da Paolo vi e di lui amico, che fu anche ragguardevole pittore, e ritrasse il Papa in contesti quasi familiari, magari cogliendolo mentre dava da mangiare ai pesci rossi del laghetto di Castel Gandolfo (immagine lontanissima dal frusto cliché di un Montini serioso). Ma il caso forse più curioso è quello di Kengiro Azuma, scultore giapponese nato nel 1926 e trasferitosi nel 1956 a Milano, dove studiò e fu assistente di Marino Marini (e tuttora vive e opera). Tra il 1968 e il 1969 l’artista trascorse un periodo in Svizzera nel nuovo convento dei cappuccini di Sion, nel quale intervennero anche Antoni Tàpies e Alberto Burri per la realizzazione delle vetrate. Ad Azuma i frati commissionarono una Croce per la loro chiesa; dopo una qualche titubanza, lo scultore, non cattolico ed educato alla dottrina zen, elaborò una proposta consistente in tre bozzetti preparatori, che però furono rifiutati dal convento. Paolo vi, venuto a conoscenza del lavoro di Azuma per Sion, lo fece contattare dal proprio segretario don Pasquale Macchi e gli commissionò la realizzazione in bronzo, in grandi dimensioni, di uno dei bozzetti rigettati dai frati cappuccini, per i Musei Vaticani. Azuma non si convertì al cattolicesimo, ma tra lui e Montini, che poté incontrare alcune volte, si instaurò un rapporto franco e di forte intensità spirituale, testimoniata anche dalla meditata interpretazione che l’artista fornì del motivo iconografico della Croce.

Un altro artista amato da Paolo vi fu Alberto Burri (del quale il 12 marzo ricorre il centenario della nascita), e il Papa bresciano avrebbe voluto probabilmente avere un’opera del grande pittore per la Collezione d’Arte Religiosa Moderna, ma l’operazione stavolta non andò a buon fine, e pare che il Pontefice avesse persino rimproverato il vescovo di Città di Castello di non conoscere l’illustre artista concittadino, e di non poter quindi farsi portavoce dei desiderata del Papa. Ma infine una rara natura morta di Burri risalente al 1947 ci arriverà, ai Musei Vaticani. E la bella mostra che nell’autunno scorso si è tenuta nel Braccio di Carlo Magno, Paolo vi e gli artisti. «Siete custodi della bellezza nel mondo», ci ha ricordato il fondamentale contributo offerto da questo Pontefice al riavvicinamento di due mondi che si guardavano con diffidenza. Un cammino avviato allora, ma i cui frutti più belli, speriamolo, saranno ancora da cogliere.

di Paolo Bolpagni

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